Oggi ha 52 anni, ma nella sua vita c’è un prima e un dopo. E lo spartiacque sono i 40 mesi in cui è rimasto sotto sequestro. «In Siria, nella stessa prigione in cui venne tenuto anche il bresciano Alessandro Sandrini» racconta Yasuda Jumpei, giornalista giapponese in questi giorni in città. Lo incontriamo nella sede del Giornale di Brescia. «Proprio sul vostro sito ho riconosciuto l’italiano che per un periodo stato con me nelle mani dei rapitori» spiega. Il riferimento è appunto a Sandrini, bresciano rapito ad Adana, in Turchia nell’ottobre 2016 e liberato il 22 maggio 2019.
Perché è venuto a Brescia?
«Volevo incontrare Alessandro Sandrini. Ho contattato il suo avvocato, ma mi ha spiegato che attualmente non si trova in Italia. Purtroppo, quindi, non sono riuscito a vederlo. Mi interessa molto conoscere i dettagli della sua vicenda e capire che cosa sia successo prima e durante il sequestro, anche alla luce delle indagini che hanno coinvolto alcune delle persone con cui era entrato in contatto».
È arrivato apposta dal Giappone per incontrarlo?
«No, avevo già in programma un viaggio in Francia, a Marsiglia, per motivi di lavoro. Ho pensato che fosse una buona occasione per fermarmi a Brescia e provare a incontrarlo».
Lei e Alessandro Sandrini siete stati sequestrati insieme?
«Non siamo stati rapiti insieme, ma abbiamo trascorso un periodo nella stessa prigione in Siria. Siamo rimasti nello stesso luogo per circa due o tre mesi. Sandrini è arrivato nella struttura dove ero detenuto dal luglio del 2018».
Durante quei mesi avete avuto modo di conoscervi e parlare?
«No, non ci era permesso parlare. Ci siamo visti, questo sì, ma non abbiamo mai avuto una vera conversazione. Sono sicuro che fosse lui: ricordo perfettamente il suo volto. Quando sono tornato in Giappone ho cercato informazioni su Internet e ho visto le fotografie pubblicate sul vostro sito. Ho riconosciuto la persona che avevo incontrato durante la prigionia».

Perché oggi vorrebbe parlargli?
«Vorrei confrontare i nostri ricordi e le nostre esperienze. Abbiamo condiviso lo stesso luogo di detenzione e credo che parlare con lui potrebbe aiutarmi a ricostruire meglio quel periodo. Sto anche lavorando a un libro sulla mia esperienza e il suo racconto potrebbe essere prezioso».
Lei perché si trovava in Siria quando è stato rapito?
«Sono un giornalista freelance. Ero entrato in Siria nel giugno del 2015 per raccontare la guerra e la situazione del Paese. Avevo già lavorato nella regione ed ero stato in Siria anche nel 2012. Nel corso degli anni avevo costruito una rete di contatti con persone e gruppi dell'opposizione siriana. Nel 2015 avevo preso accordi con Ahrar al-Sham, una delle principali formazioni armate dell'opposizione, per entrare nel territorio che controllava».
Come è avvenuto il rapimento?
«In quel periodo i valichi ufficiali tra Turchia e Siria erano chiusi. Per entrare bisognava attraversare il confine a piedi, di notte, passando attraverso le montagne e utilizzando percorsi non ufficiali. Avevo una guida che apparteneva al gruppo con cui ero in contatto, ma durante il tragitto l'ho persa. Mi sono ritrovato in un'area frequentata da diverse formazioni armate e ho incontrato uomini appartenenti a un gruppo diverso da quello con cui avevo preso accordi».
Che cosa è successo quando l'hanno fermata?
«Inizialmente non sembravano particolarmente aggressivi. Mi hanno fatto salire su un veicolo perché non sapevano chi fossi e volevano capire che cosa stessi facendo lì. Mi chiedevano che cosa volessi vedere e fotografare. Eravamo ancora vicini al confine turco e il mio telefono aveva segnale. Sono riuscito a mandare un messaggio a mia moglie per dirle che ero entrato in Siria. Uno degli uomini mi ha visto utilizzare il cellulare e da quel momento il loro atteggiamento è cambiato completamente».

In che modo?
«Hanno iniziato a coprirsi il volto e a comportarsi in maniera molto più sospettosa. Pensavano che fossi una spia. Mi hanno portato in un magazzino e mi hanno rinchiuso. È stato l'inizio del mio sequestro durato esattamente quaranta mesi».
Come descriverebbe quei quaranta mesi?
«È stato come vivere una condanna all'ergastolo senza sapere se e quando sarebbe finita. Se qualcuno mi avesse detto che sarei rimasto prigioniero un anno o due, per quanto terribile, avrei potuto contare i giorni. Invece non sapevo nulla. Non sapevo se sarei stato liberato dopo una settimana, un mese, un anno oppure mai. Ogni giorno vivevo nell'incertezza».
I sequestratori le davano speranze di liberazione?
«Continuamente. Mi dicevano sempre che sarei stato liberato presto. A volte parlavano della sera stessa, altre volte del giorno successivo. Ogni mattina pensavo che forse quello sarebbe stato il giorno in cui sarei tornato libero. Poi arrivava la sera e non succedeva nulla. Il giorno dopo ricominciava tutto da capo. È stato psicologicamente devastante».
In quali condizioni veniva tenuto?
«Durante il sequestro sono stato trasferito in cinque o sei luoghi diversi. Le condizioni cambiavano da un posto all'altro. In alcune celle avevo un letto e la luce, anche se a volte veniva interrotta. Non c'erano finestre e non potevo uscire».
Com'era invece la prigione in cui si trovava anche Sandrini?
«Quella struttura era diversa. Era un edificio organizzato intorno a uno spazio interno, una specie di cortile o giardino. In alcune occasioni ci permettevano di uscire e camminare all'aperto. È proprio in quei momenti che ho potuto vedere Sandrini. Non potevamo parlarci, ma ricordo chiaramente il suo volto».

Quanti altri prigionieri si trovavano lì?
«Per un certo periodo gli unici stranieri eravamo io e Sandrini. C'erano anche prigionieri siriani, tra cui soldati dell'esercito governativo catturati dai gruppi dell'opposizione. Alcuni arrivavano e altri venivano trasferiti. La popolazione della prigione cambiava continuamente».
Durante la detenzione poteva parlare con qualcuno?
«A un certo punto non potevo più parlare con nessuno. Dopo circa un anno di prigionia, i sequestratori hanno ricominciato a sospettare che stessi svolgendo attività di spionaggio, questa volta addirittura all'interno della prigione. Pensavano che ascoltassi le loro conversazioni o che comunicassi con gli altri detenuti. Hanno cominciato a controllarmi in maniera ossessiva. Avevano sistemato degli uomini nelle stanze vicine alla mia, su entrambi i lati, per ascoltare ogni rumore. Se mi muovevo, se facevo un suono, se cambiavo posizione, potevano interpretarlo come un tentativo di ascoltare ciò che dicevano. Alla fine mi era praticamente proibito muovermi. Era una situazione insostenibile».
Alessandro Sandrini ha raccontato di essersi convertito all'Islam durante la prigionia. È successo anche a lei?
«Sì, anch'io mi sono convertito, dopo circa due anni di detenzione. Ma la mia scelta aveva una ragione molto particolare. Volevo potermi muovere. Sapevo però che i musulmani devono pregare cinque volte al giorno e che la preghiera comporta una serie di movimenti: alzarsi, inchinarsi, inginocchiarsi. Ho pensato che, diventando musulmano, avrei potuto almeno muovere il corpo e sgranchirmi le gambe».
Durante la prigionia ha tenuto un diario?
«Per il primo anno e mezzo mi hanno lasciato un quaderno e una penna. Potevo prendere appunti e scrivere. Successivamente non mi è stato più permesso. Anche per questo oggi vorrei parlare con Sandrini: confrontare i nostri ricordi potrebbe aiutarmi a recuperare dettagli che non ho potuto annotare».
Ha già cominciato a scrivere il libro sulla sua esperienza?
«Sì, ho iniziato a lavorarci. Non ho ancora scelto un titolo. Vorrei ricostruire quello che mi è successo, ma anche comprendere meglio il funzionamento dei sequestri in Siria e le circostanze in cui altri ostaggi, come Sandrini, sono stati liberati».
Ha mai pensato che sarebbe morto in prigionia?
«Sapevo di essere nelle mani di uomini armati e di trovarmi in una situazione estremamente pericolosa. Tuttavia ero convinto che i miei sequestratori non volessero essere assimilati all'Isis che aveva ucciso pubblicamente degli ostaggi e quelle immagini avevano fatto il giro del mondo. Il gruppo che mi teneva prigioniero, invece, voleva mostrare di essere diverso».

La sua famiglia come ha vissuto quel lungo periodo?
«Dopo che la notizia della mia scomparsa era stata diffusa dai media, numerose persone hanno contattato la mia famiglia, il governo giapponese e i giornalisti. Dicevano di avere informazioni, di sapere dove mi trovassi oppure di poter fare da intermediari. Nella maggior parte dei casi si trattava di persone che cercavano semplicemente di guadagnare denaro».
Quanto chiedevano per queste informazioni?
«Spesso circa cinquemila dollari. Era una cifra che i corrispondenti dei media giapponesi in Medio Oriente potevano in alcuni casi autorizzare per ottenere informazioni. Alcune persone cercavano quindi di approfittare della situazione. Il problema era distinguere chi sapesse davvero qualcosa da chi tentava una truffa».
Come si poteva verificare che un interlocutore fosse realmente in contatto con i sequestratori?
«Nell'agosto del 2015, circa due mesi dopo il rapimento, alcuni funzionari del ministero degli Esteri giapponese andarono da mia moglie e le chiesero di preparare cinque domande alle quali soltanto io avrei potuto rispondere. Potevano riguardare oggetti della nostra casa, dettagli della nostra vita privata o altre informazioni sconosciute agli estranei. Se qualcuno avesse affermato di tenermi prigioniero, avrebbe dovuto dimostrarlo facendomi rispondere correttamente a quelle domande».
Quelle domande le sono mai state rivolte durante la prigionia?
«No. Ed è proprio questo il punto. Nessuno me le ha mai fatte mentre ero nelle mani dei sequestratori. La prima volta che mi sono state poste è stato dopo la liberazione, quando mi trovavo già in Turchia. Il giorno successivo al rilascio, un funzionario dell'ambasciata giapponese è venuto da me e mi ha rivolto quelle cinque domande».
Come si è arrivati, alla fine, alla liberazione del 23 ottobre 2018?
«Circa una settimana prima ho detto ai miei sequestratori che non potevo più continuare in quelle condizioni. Non potevo lavorare, non potevo parlare con la mia famiglia, non avevo nessuna libertà. Ho spiegato che quella non era una vita degna di un essere umano e che continuare così equivaleva a morire. Ho detto loro che, se non intendevano liberarmi, avrebbero dovuto uccidermi. Ma ho aggiunto che sapevo che non erano l'Isis. Ho detto che si presentavano come buoni musulmani e che un buon musulmano non uccide un ostaggio. Volevo metterli di fronte a una scelta. Avevo contato il tempo trascorso dal sequestro. Il 23 ottobre 2018 sarebbero stati esattamente quaranta mesi dal giorno in cui ero stato rapito. Ho detto che entro quella data avrebbero dovuto prendere una decisione: uccidermi oppure liberarmi. Non potevo più accettare di rimanere in quella condizione senza una fine».

E che cosa è successo?
«Alla fine mi hanno liberato. Mi hanno portato al confine turco e sono stato consegnato alle autorità».
Dopo il ritorno in Giappone ha informato le autorità italiane della presenza di Sandrini nella prigione?
«Sì, immediatamente. Circa tre o quattro giorni dopo il mio rientro ho preso contatto con l'ambasciata italiana. In quel periodo ero ricoverato in ospedale e tre o quattro funzionari italiani sono venuti a trovarmi nella mia stanza. Ho raccontato loro di avere visto un cittadino italiano nella prigione siriana».
ha collaborato Daniele Ardenghi




