Due giorni che le sono sembrati un'infinità. Il fermo, insieme al compagno Marco Cola e ad altri attivisti, le perquisizioni, gli interrogatori e la paura che scoprissero il suo lavoro e il materiale raccolto. «Perché io non ero in Cisgiordania per la raccolta delle olive, ma per realizzare un reportage giornalistico sulla situazione in Israele e sulla resistenza non violenta palestinese» racconta Paula Jesus la fotogiornalista bresciana da ieri a casa.
Come sta dopo quello che è successo?
«Sono molto stanca. È stata un'esperienza davvero pesante».
Cosa stava facendo quando è stata fermata?
«Sono partita come freelance. Attraverso alcuni amici avevo saputo che ci sarebbe stata una raccolta delle olive con un gruppo di attivisti e mi sono unita per documentarla».
Come sono stati questi due giorni?
«Molto difficili. Quando sono arrivati i coloni, nei primi momenti, ho pensato: "siamo in mano a dei terroristi". In quel momento ho pensato anche a mia madre, che non sapeva dove fossi. Avevo comunicato pochissimo a tutti perché quando parto per un lavoro del genere preferisco non lasciare troppe tracce. Io sono epilettica e la prima notte è stata particolarmente pesante: accendevano e spegnevano la luce ogni quindici o venti minuti, dalle sette di sera alle sei del mattino. Una pressione psicologica fortissima. Facendo la fotogiornalista avevo poi bisogno di proteggere le mie comunicazioni e il materiale. Non sapevo dove mettere le sim: prima le ho nascoste nella scarpa, poi sotto la suola e infine dentro il corpo. Avevo paura che le trovassero e scoprissero quello che scrivo».
Ha temuto che il fermo potesse durare molto più a lungo?
«Assolutamente sì. Mi hanno fatto firmare un documento diverso da quello degli altri: per me si parlava di deportazione entro 72 ore, mentre agli altri era stato indicato il termine di 24. Ero l’unica. Anche l’interrogatorio è stato molto più lungo e duro».
Che cosa le hanno chiesto?
«Mi hanno domandato cosa pensassi dello Stato di Israele e se lo ritenessi responsabile del genocidio contro il popolo palestinese. Ho risposto che non avevo un'opinione. A quel punto mi hanno mostrato gli screenshot di alcuni articoli che avevo pubblicato proprio sul genocidio e mi hanno chiesto come conciliassi le mie risposte con quello che avevo scritto».
Aveva messo in conto i rischi del viaggio?
«Conosco le situazioni di crisi. Ho lavorato nelle miniere in Perù per un docufilm sulla tratta sessuale delle donne e delle bambine, collegata alle miniere d'oro. Sono stata in Ucraina e avevo già visitato i territori palestinesi occupati quattro anni fa. Ma questa volta è stato diverso. C'è stata una cattiva gestione della situazione che ha contribuito a farla degenerare».
Come giudica l’intervento delle autorità italiane?
«L’ambasciata è stata impeccabile. Non mi aspettavo che qualcuno ci vedesse, pensavo di essere in un buco nero. Sono stati veloci ed efficienti. Gli attivisti internazionali erano una dozzina, provenienti anche da Canada, Stati Uniti e Germania. Ho visto arrivare soltanto le nostre autorità consolari, non quelle degli altri Paesi. Non condivido la politica di Tajani, ma sulla vicenda specifica gli italiani sono stati molto bravi».




