Per decenni nella chiesa di Santa Maria in Valverde, nel borgo di Padernello, al posto dell’originale è stata esposta una copia. Fedelissima, ma pur sempre una copia. Il dipinto autentico, «La Fede» di Alessandro Bonvicino detto il Moretto, era stato infatti venduto illecitamente nel 1944 dal parroco dell’epoca per finanziare la costruzione dell’oratorio.
Una vicenda, questa, rimasta sotto traccia fino ai primi anni Duemila, quando la scoperta del raggiro fece partire le indagini dei carabinieri del Nucleo tutela patrimonio culturale di Monza. Nel 2014 l’opera fu ritrovata e sequestrata. Da allora è rimasta custodita nei depositi del Museo Diocesano di Brescia.
L’indagine
Per non lasciare il vuoto nello spazio dove era stata fino a quel momento custodita, al suo posto venne sistemata una copia realizzata da Giambattista Bertelli, pittore-restauratore di Verolanuova. Rimpiazzato con un quadro di assoluta credibilità, l’originale passò prima all’ex pretore di Verolanuova, quindi a un antiquario e infine a un imprenditore e collezionista bresciano, nella cui abitazione è stato rinvenuto poco più di una decina di anni fa.
A dare vita alla vicenda, che è arrivata alla sua conclusione nelle scorse settimane, sono stati alcuni membri dell’associazione «Amici del Castello» di Padernello. Furono loro a trovare in una stanza dell’edificio, abitato fino agli anni Sessanta dalla famiglia dei conti Salvadego, una vecchia immaginetta con la riproduzione del dipinto e la scritta «La Fede, parrocchia di Padernello».
L’indizio dimostrava che una delle versioni del soggetto dipinte dal Moretto era stata davvero nella chiesa del paese. Partendo anche dal catalogo della mostra «Moretto, La Fede, il ritorno», promossa nel 2008 dalla Fondazione Nymphe, i carabinieri riuscirono a localizzare la tela. Gli accertamenti dell’Università Statale di Milano ne confermarono l’autenticità.
L’opera
La tela, un olio del 1550 di 102 per 79,5 centimetri, apparteneva alla parrocchiale del borgo della Bassa. Era conservata nella cappella del fonte battesimale. Al termine della Seconda guerra mondiale, secondo la ricostruzione fatta da chi ha indagato sulla sua sorte, fu ceduta illegalmente dal parroco dell’epoca per finanziare la costruzione dell’oratorio. «La Fede» non è però soltanto l’epicentro di una vicenda di sottrazione e recupero. È anche un’opera significativa della produzione tarda del Moretto.
La figura allegorica – come spiegano gli esperti del Museo Diocesano – è costruita secondo una composizione complessa: il corpo è inclinato in diagonale, le spalle sono poste ad altezze diverse e l’equilibrio appare volutamente instabile, come se la donna dovesse sostenere insieme il peso della croce e il gesto di levare il calice.
La qualità pittorica emerge nella resa dei materiali e nella modulazione della luce. Moretto alterna toni e mezzitoni, spinge gli scuri fino a dare profondità ai panneggi e modella gli incarnati con passaggi morbidi. Il velluto, i veli, il legno della croce e il cristallo del calice sono resi con stesure diverse. È una pittura che affida alla ricchezza dell’abito e alla solennità della posa un significato dottrinale e simbolico.
In esposizione
Dopo il dissequestro, «La Fede» sarà esposta per un anno nella Sala della Sapienza, al primo piano del Museo Diocesano di Brescia, accanto ad un’altra grande opera dell’artista: «La Madonna col Bambino in gloria, San Giovanni Evangelista, il beato Lorenzo Giustiniani e l’allegoria della Sapienza Divina», esposto nella stessa sala.
Il suo ritorno al pubblico consentirà di apprezzare le somiglianze tra il volto della Fede e quello della Sapienza: entrambe rimandano all’uso di cartoni preparatori nella bottega del Moretto.
Oltre a chiudere la parentesi giudiziaria la sua esposizione restituisce alla città un frammento della propria memoria.




