Nel «fondo cieco» di via Aleardo Aleardi. Per misurare lo spazio nel quale, stando a quanto riferito da Ombretta Giacomazzi, Francesco Delfino ed i suoi uomini incontravano Silvio Ferrari e con lui scambiavano documenti e foto, a partire da quelle che avrebbero documentato gli incontri nel corso dei quali neofascisti veronesi e esponenti dei servizi alimentavano la strategia della tensione. Ci andrà stamattina la Corte d’assise che sta processando Roberto Zorzi per la fase esecutiva della strage di piazza della Loggia.
Si tratta del secondo sopralluogo disposto dal presidente Roberto Spanò in poco più di un mese. A marzo i giudici erano andati in trasferta a Verona per visitare la caserma dei carabinieri di Parona e la sede della Ftase ospitata da palazzo Carli nel cuore del capoluogo scaligero. Luoghi nei quali, a dire sempre di Giacomazzi, si sarebbero tenuti quegli incontri clandestini immortalati nelle foto scattate e custodite da Silvio Ferrari nella mansarda di via Aleardo Aleardi.
Il programma
Dopo il sopralluogo, al quale parteciperà anche il gen. Massimo Giraudo, l’investigatore che per la procura ha raccolto tra le altre la testimonianza di Giacomazzi, i giudici, i pubblici ministeri Caty Bressanelli e Silvio Bonfigli, i difensori di parte civile e i difensori di Zorzi, gli avvocati Stefano Casali e Edoardo Lana, torneranno in Tribunale per l’esame di alcuni testimoni.
Sarà sentito un consulente della difesa sull’edificio occupato dalla caserma Parona, ma anche un testimone che, dopo aver letto la notizia del sopralluogo computo proprio a Parona, si è fatto vivo con una fotografia che accrediterebbe l’attendibilità di Ombretta Giacomazzi, nel punto in cui la teste sostiene che quella caserma dei carabinieri, all’epoca delle sue visite in compagnia di Silvio Ferrari, non aveva una recinzione. Nel corso dell’udienza, chiamato dai difensori dell’imputato, è atteso anche Rizziero Ziliani. Insieme a Silvio Ferrari e Ombretta Giacomazzi il teste avrebbe presenziato a quegli incontri clandestini tra ordinovisti veronesi, tra i quali Marco Toffaloni, ed esponenti delle forze dell’ordine e dei servizi, partendo dal cap. Delfino.
L’esame di Mario Mori
Nel corso dell’ultima udienza il processo ha intanto registrato la testimonianza del gen. Mario Mori, ex comandante del Ros e direttore del Sisde. Mori è stato chiamato in causa da Ombretta Giacomazzi. La testimone disse che era presente ad un interrogatorio che si tenne durante il periodo della sua detenzione al carcere della Giudecca. Disse anche che intervenne per calmare Delfino che l’aveva presa per i capelli, minacciandola di conseguenze gravissime se non si fosse attenuta alle sue indicazioni.

«Non sono mai entrato nel carcere della Giudecca in tutta la mia vita - ha detto il generale che tra una decina di giorni compirà 87 anni - quindi non ci posso essere stato». Davanti alla fotografia dell’epoca di Ombretta Giacomazzi, Mori ha escluso di conoscerla, mentre è stato ancor più tranchant rispetto all’ipotesi di una sua collaborazione con Francesco Delfino.
«Io e lui? Impossibile. Per dirla con le parole del magistrato Giancarlo Caselli eravamo il diavolo e l’acqua santa». Mori ha negato anche di essere stato all’Hotel Giada di Cattolica in occasione delle riunioni nelle quali, nel 1974, secondo gli inquirenti, «venne riorganizzata la campagna terroristica». «A Cattolica - ha detto ancora Mori - ci sono stato la prima volta quattro anni fa».
Nel corso della stessa udienza è stata sentita anche Annarita Terrabuio, all’epoca giovanissima modella che, a dire di Ombretta Giacomazzi, sarebbe stata a Brescia la sera in cui Silvio Ferrari saltò in aria con la sua vespa. «Mai stata a Brescia - ha detto la testimone - quella gente io non la frequentavo».




