Del «Credere, Obbedire, Combattere» a caratteri nostalgicamente cubitali recentemente restaurato da privati ad Acquafredda, ma anche dell’origine, del senso, delle ragioni di ieri e di oggi di quei motti del ventennio, abbiamo parlato con il professor Davide Conti, storico del fascismo, già consulente delle procure per le stragi di piazza Loggia e del 2 agosto 1980 di Bologna.
Da dove traggono origine queste scritte?
«Dalla Grande Guerra. Un fatto dirompente, assoluto, totale che obbliga ad una forma comunicativa immediata, diretta in grado di essere compresa dal contadino calabrese e da quello veneto che si trovano spalla a spalla in trincea e non parlano nemmeno la stessa lingua. Quelle scritte incitavano a combattere per la nazione. Davano un senso alla loro presenza. Da quell’esperienza derivano i motti fascisti. Ma il loro senso è tutt’altro».
E qual è?
«Il fascismo nasce da quell’esperienza. Fa suo e modernizza il meccanismo delle scritte sui muri, ma non lo mette più al servizio di un interesse nazionale ma lo incanala in una logica di partito, di regime. Quelle scritte facevano capo ad una logica di propaganda, di comunicazione che potremmo rapportare a quella dei social network. All’epoca le donne e gli uomini attraversando le strade, passando appunto davanti alle cascine piuttosto che a delle grandi costruzioni in muratura, non solo leggevano i motti del fascismo, ma soprattutto si trovavano a vivere una condizione di osservazione psicologica permanente, come se un enorme, costante Grande Fratello in maniera pervasiva li seguisse anche nel quotidiano, anche nelle azioni più comuni, dal lavoro a un semplice spostamento. Queste scritte per molti anni hanno avuto una logica non solo propagandistica, ma soprattutto di ordine securitario, di controllo sociale. Dovevano dare l’impressione che il grande occhio del regime fosse ovunque».

Chi stabiliva se e dove farle quelle scritte?
Era il regime stesso. Individuava i luoghi e il testo da scrivere. Le imponeva con i suoi mezzi, anche su edifici privati. Anche questa era una forma di controllo della società.
Fu un fenomeno tipicamente italiano? O si può trovare in altre esperienze europee?
Era una prassi dei regimi dittatoriali. In un’epoca in cui esisteva solo la radio e le radio erano pochissime, i motti sui muri erano una forma di comunicazione pervasiva in grado di arrivare nei più profondi meandri della provincia italiana».
Ad un secolo da allora, oggi che valore hanno. Vanno tenuti, vanno cancellati, vanno conservati, vanno restaurati?
Non sono per la cancel colture, non mi piace l’idea di abbattere monumenti. Vanno semmai contestualizzati, spiegati, trasformati in monumenti dell’antifascismo. Perché la democrazia deve essere in grado di riconvertirli ragionando sulle proprie storture, proprio come lo è stato il fascismo. Per le scritte però il discorso è diverso.
Diverso in che senso?
I motti non sono nulla di urbanisticamente o artisticamente rilevante. Immaginiamo un cartellone pubblicitario di oggi recuperato tra cent’anni. Addirittura restaurarlo. Beh quello assume un significato sicuramente negativo.
Che fare? Cancellarle?
Sicuramente. Non le conserverei, tanto meno le restaurerei. Farlo significa violare il codice penale. Il proprietario delle mura sulle quali le scritte sono state portate a nuovo su propone come promotore di apologia del fascismo. Che mi risulta essere un reato. Uno in casa sua fa quello che vuole, ci mancherebbe. Ma l’esposizione al pubblico di un motto mussoliniano è reato. Figuriamoci quando riproposto nella sua forma originaria.
In Italia si discute ancora molto della cittadinanza onoraria a Mussolini. Il Comune di Brescia l’ha appena tolta. Il Duce però è concittadino onorario di molti italiani.
Come disse Churchill all’Italia è stata risparmiata una Norimberga e questo si riverbera su aspetti apparentemente folcloristici e inspiegabili tra i quali il mantenimento della cittadinanza onoraria ad un dittatore fascista alleato con i nazisti. Il fascismo è durato vent’anni. È stato rimosso dagli Alleati e non processato com’è accaduto al nazismo. Le famiglie che avevano costruito la loro vita al suo interno con l’avvento della Repubblica non si sono trovate costrette a recidere i legami con quell’esperienza, a metterla in discussione. Non ha dovuto riaprire quelle ferite, poi tornate comode nel quadro della Guerra Fredda contro la sinistra. Se oggi parliamo ancora dei motti sui muri e della cittadinanza onoraria al Duce lo dobbiamo al fatto che il fascismo non è stato né processato, né condannato.




