Una premessa: il processo di produzione della plastica inquina. Secondo l’Ocse, nel 2019 ha generato 1,8 miliardi di tonnellate di gas serra, ovvero il 3,4% delle emissioni globali. Il 90% circa di queste emissioni è legato alla produzione e alla trasformazione della plastica da materie prime fossili. Perché la plastica arriva da lì, dal petrolio. Proprio al pari di benzina e gasolio. Lo stesso vale per il processo di smaltimento della plastica non riciclabile, anche se in misura ridotta, dato che questa può essere incenerita, conferita in discarica oppure finire dispersa nell’ambiente: ciascuna soluzione ha impatti diversi, dalle emissioni di gas serra legate alla combustione alla persistenza dei rifiuti e alla formazione di microplastiche. Meglio, quindi, evitare del tutto la plastica monouso a cui i consumi moderni ci hanno abituato, prediligendo materiali alternativi come la carta e l’alluminio o, meglio ancora, prodotti sfusi e contenitori riutilizzabili.
Detto questo, la plastica è praticamente onnipresente nella vita, e saperla riciclare correttamente è doveroso. Perché in questo caso il detto «un’inutile goccia nell’oceano» non vale: la differenziata è ormai una pratica collettiva e ogni conferimento corretto contribuisce a mantenere il materiale recuperabile e a ridurre quello destinato allo smaltimento. Anche perché – come spiegano da Corepla, Consorzio nazionale per la raccolta, il riciclo e il recupero degli imballaggi in plastica – «il riciclo della plastica fa risparmiare energia», dato che il suo processo richiede «meno energia di quello per la produzione di plastica vergine. Per esempio, nel 2021 grazie al riciclo Corepla sono stati risparmiati 10.867 GWh di energia primaria, pari al 2,5% della produzione annua di energia in Italia».
Dove va la plastica che differenziamo
«Da qualche tempo si sta parlando della crisi del sistema di riciclaggio della plastica perché gli stoccaggi sono pieni: i motivi sono diversi. E c’è un regolamento europeo che potrebbe modificare la situazione in peggio, restringendo le possibilità di recupero della plastica per farne energia, quindi la termovalorizzazione». A parlare, e a spiegare come funzionano il processo di raccolta e il successivo procedimento di smaltimento, è Filippo Agazzi, amministratore delegato di Aprica, azienda che in provincia di Brescia gestisce la raccolta della plastica in circa 60 Comuni (più o meno 300 nel nord Italia). «Oggi la plastica, una volta che viene raccolta da noi, viene controllata per stabilire se sia di buona qualità (con un tasso di impurità minore del 20%) e viene ceduta a Corepla, che a sua volta la smista nei vari impianti di recupero». Come per esempio quello di Muggiano gestito da A2A.

I centri di selezione secondaria sono essenziali perché è qui che viene separata manualmente e meccanicamente per tipo di polimero o colore (ci sono selezionatori ottici, ma il grosso della scrematura viene fatto a mano). «Dopodiché, per la parte riciclabile parte il processo di riciclaggio: viene macinata, lavata, asciugata, estrusa e trasformata in prodotti come filati, bottiglie, contenitori e tessuti».
Quando le impurità sono superiori al 20%, c’è un passaggio intermedio per eliminare la plastica non riciclabile e solo a quel punto il materiale viene ceduto a Corepla, che divide in riciclabile e non riciclabile. La parte meno nobile, quella che resta non conforme per il riciclo, oggi in Italia ha diversi flussi. «O viene destinata ai termovalorizzatori, oppure viene utilizzata per produrre granuli per asfalti, guaine bituminose o attraverso il riciclo chimico. Prevalentemente si tratta di recupero energetico, quindi non solo termovalorizzatori, ma anche cementerie e impianti autorizzati».
Porta a porta o cassonetti: cambiano le impurità
Parlando di plastica riciclabile o plastica non riciclabile, è inevitabile parlare di errori, perché a seconda di ciò che finisce nei sacchi o nel cassonetto determina la purezza della raccolta e quindi la riciclabilità. Se le impurità (ovvero la plastica non riciclabile) supera il 20%, non si riesce più a valorizzare il materiale, né dal punto di vista del riciclo, né da quello dell’energia. «E anche economicamente è una perdita: Corepla non dà il contributo», spiega Agazzi.
La differenza si vede soprattutto tra il porta a porta e il cassonetto, oltre che di Comune in Comune, e non solo riguardo alle percentuali di plastica differenziata. «Nella raccolta a domicilio troviamo impurità basse: dipende da Comune a Comune, e in quelli più piccoli è semplice, ma anche a Brescia, che è una grande città, grazie all’impegno dei cittadini siamo in un range di frazione impura del 10-15%. Nei cassonetti siamo al 28%, con punte del 40% in alcune situazioni».
Non si tratta di un caso: se nel porta a porta – i sacchi lasciati fuori casa una volta a settimana – la plastica non riciclabile che viene buttata finisce lì per errata conoscenza di ciò che è un imballaggio di plastica (i flaconi e le bottiglie, per esempio) e di ciò che non lo è (la plastica dura di giocattoli e utensili da cucina, per dirne alcuni), nei cassonetti «si trova di tutto», ammette Agazzi. «L’organico, il secco… Di tutto di più. Non è un errore legato a una mancata formazione o conoscenza, ma a una poca attenzione alla raccolta. E spesso è perché per il secco serve la tessera, mentre lì no».
Se, quindi, sul porta a porta gli errori si possono correggere (attraverso la sensibilizzazione, ma anche con gli operatori che lasciano un avviso per chiedere maggiore attenzione), con il cassonetto – oltre alla campagna informativa e ai controlli che aiutano nel momento in cui c’è l’abbandono fuori dal cassonetto ma non per le impurità – non si può fare molto.
Le regole da seguire
Ma quali sono quindi le tre regole base della differenziazione della plastica, per farla correttamente a casa senza contribuire alle impurità? «La prima è porsi la domanda: “è un manufatto oppure un imballaggio?”. Se conteneva qualcosa – quindi un imballaggio – può essere riciclato e va nella plastica, anche se non è lindo e profumato. Basta che non ci siano grossi residui. Due: se è plastica dura al tatto, non è riciclabile. Tre: se si è in dubbio, ci sono sempre l’app e la pagina web Dove lo butto, dove si trova un elenco completo e dove si possono anche scansionare i codici. Una funzione simile è presente anche nell’app PuliAmo».
Attenzione però alla bioplastica, anche quando si tratta di contenutori: sacchetti, piatti e posate monouso quando compostabili vanno sempre buttati nell’umido o organico, perché hanno un percorso diverso e un altro consorzio.
Che fare quando si è in dubbio? Meglio buttare nella plastica o nell’indifferenziato? «Meglio non metterlo nella plastica. Perché nel momento in cui il conferimento non è corretto, inficia il resto. Se ci ritrovassimo tutto nella plastica (come a volte accade nei cassoni su strada) non potremmo più riciclare niente. Ma il dubbio deve venire solo al termine delle semplici verifiche dette sopra (contenitore? Bioplastica?). Se alla fine ci sono dubbi, meglio l’indifferenziato».
Gli errori più comuni
Una volta stabilito quale sia la plastica effettivamente riciclabile, ci sono poi alcuni errori da evitare, anche se sono errori secondari, che non influenzano il riciclo. Le bottiglie, per esempio, andrebbero schiacciate in orizzontale, e non in verticale. E i contenitori non serve siano splendenti: basta rimuovere i residui più grossi (evitando naturalmente di buttare nella plastica confezioni piene, per esempio i barattoli di yogurt ancora chiusi).
C’è poi il discorso sul polistirolo, che, come dice Corepla, moltissime persone ancora ritengono erroneamente non sia riciclabile. Lo è, e nella maggior parte dei casi, essendo un imballaggio, va nella plastica.
E così, alla fine, la plastica riciclata correttamente potrà diventare altro, evitando nuova produzione (e nuovo consumo di petrolio). «La plastica riciclabile – conclude Agazzi – va poi alle aziende che la riciclano riproducendo la materia prima. Tipicamente, oggi, il prodotto più diffuso sono le bottiglie in plastica riciclata, del tutto o in parte. Oppure tessuti e contenitori».




