Referendum, il ministro Nordio a Brescia: «Necessario spiegare la riforma»
«Vi dico innanzitutto cosa non succederà se vincerà il no al referendum: al governo, nulla. Non succederà come a Renzi, perché al nostro esecutivo non servono conferme. E comunque vincerà il sì».
L’obiettivo è chiaro: spiegare la riforma della giustizia e convincere gli elettori in vista del voto. Ma l’atmosfera, fin dalle prime battute, è vivace. Nell’auditorium Santa Giulia, gremito per l’incontro organizzato da Fratelli d’Italia, il ministro della Giustizia Carlo Nordio sceglie Brescia per l’unica tappa lombarda del tour dedicato al referendum del 22 e 23 marzo.
«Una riforma che tocca il potere»
Arriva con largo anticipo, prende posto tra i dirigenti locali del partito e ascolta i saluti iniziali. A introdurre la mattinata sono il coordinatore regionale Carlo Maccari, quello provinciale Diego Zarneri e il coordinatore cittadino Carlo Andreoli. Poi la parola passa al Guardasigilli, che entra subito nel merito del confronto con la magistratura. E respinge l’accusa di aver acceso lo scontro.
«I toni non li abbiamo alzati noi. C’è stata subito una reazione violenta. L’Associazione nazionale magistrati, che è il sindacato, ha reagito subito con uno sciopero, dimenticando che aveva fatto esattamente lo stesso con la riforma Cartabia. Questo perché questa riforma tocca il nodo scoperto: il potere, le correnti che governano da decenni l’Associazione».
Il ministro insiste su un punto: il referendum, sostiene, arriva dopo quarant’anni di tentativi incompiuti di riformare il sistema.
«Bisogna informare sul contenuto di questa riforma che trae origine dalla riforma di quarant’anni fa, fatta da Vassalli, un ministro non proprio di destra: un codice che non a caso in molti definiscono alla Perry Mason». Nordio ricostruisce il passaggio storico: il codice accusatorio introdotto alla fine degli anni Ottanta, ma rimasto – secondo lui – senza uno dei tasselli decisivi.
Separazione delle carriere
«Non è riuscito a concludere un altro tassello, ossia la riforma costituzionale della riforma delle carriere e questo perché é una procedura lunghissima: all’epoca di Vassalli non c’era stabilità in parlamento, a differenza di oggi grazie alla nostra premier che sta facendo dell’Italia uno dei Paesi più credibili al mondo».
Il punto più delicato, quello della separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, è anche quello su cui il ministro sceglie di spostare il baricentro del discorso. Non ne fa una riforma tecnica, ma un tema di principio.
La domanda di partenza è questa: la separazione delle carriere non incide sui veri problemi della giustizia italiana, come ad esempio la lentezza dei processi. Perché è prioritaria allora per la giustizia? «Perché una giustizia prima di essere rapida deve essere giusta». Un passaggio che sintetizza la linea del governo.
Alla fine dell’incontro, l’on. Cristina Almici ha consegnato al ministro la Vittoria Alata, simbolo della città.
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