Referendum giustizia, a confronto su cultura giuridica e giudice terzo

Il tema è ostico. La posta in palio pesante. L’interesse in crescita. Il dibattito purtroppo non sempre all’altezza. Fortunatamente non mancano le eccezioni. Una di queste ieri al centro Paolo VI dove, sul Referendum in materia di riforma della magistratura, ospiti della Consulta diocesana delle aggregazioni laicali, si sono confrontati calibri autorevoli. Moderati e stimolati da Giovanni Negri, giornalista de il Sole 24 ore, hanno scambiato le loro opinioni il procuratore generale della Corte d’appello Guido Rispoli, l’avvocato penalista Ennio Buffoli e la consigliera del Tar Lombardia di Milano Silvana Bini.
Il tema è stato puntualmente inquadrato dal prof. Fulvio Cortese, professore ordinario di Istituzioni di Diritto pubblico dell’Università di Trento. Prima di cedere il microfono alle ragioni del sì e a quelle del no, Cortese ha illustrato il contenuto, il senso, le criticità della riforma Nordio. Ha messo il potenziale futuro della magistratura a confronto con il suo presente. Lo ha fatto con estrema chiarezza, da giudice terzo e imparziale.
Uniti o separati?
Su giudici imparziali, ma soprattutto terzi si sono misurati il procuratore Guido Rispoli e l’avvocato Ennio Buffoli. Il primo, dopo aver segnalato tra i limiti che affligge la riforma costituzionale la blindatura parlamentare attraverso la quale è passata indenne al vaglio delle camere, il pg ha sostenuto che il sistema, quello che prevede un’unica carriera per giudice che giudica e pubblico ministero che accusa, sia quello vincente. «I padri costituenti – ha detto Rispoli – hanno voluto tenere giudici e pm vicini nell’interesse del cittadino. È una cosa che agli avvocati può non piacere, ma solo lo stesso percorso, la stessa formazione, la stessa carriera del giudice possono fornire al pubblico ministero la cultura giuridica per sbagliare il meno possibile, per rischiare il meno possibile di indagare e peggio ancora far condannare innocenti. In ogni caso, comunque, accusa e difesa non saranno mai sullo stesso piano. Per farlo bisognerebbe avere il coraggio di mettere la polizia giudiziaria al servizio non solo del pubblico ministero, ma anche della difesa. Ma questo non si può fare».
Solo percorsi, carriere e Csm separati per l’avvocato Ennio Buffoli possono invece completare la riforma del giusto processo voluta dall’art. 111 della Costituzione e attesa dal 1999. «È già previsto che il pubblico ministero faccia indagini anche a favore dell’indagato – ha affermato il penalista – ma non succede mai. Come non succede mai che le indagini difensive, a loro volte codificate, vengano peraltro prese in considerazione come quelle dell’accusa. Ma al netto di questo, il tema non è l’imparzialità del giudice, sul quale non ho dubbi. Il tema è la sua terzietà. In Europa solo Italia e Grecia non hanno la separazione delle carriere. Negli altri Paesi c’è. E non si parla di ingerenza dell’esecutivo sulla magistratura».

Votati o sorteggiati?
A far discutere, anche ieri, il meccanismo di elezione dei futuri Csm. Il sorteggio. «Un sistema, si dice, per rompere lo strapotere delle correnti. Ma non è che dopo Mani Pulite, si è deciso di sorteggiare i parlamentari» ha sottolineato Giovanni Negri. «Credo che il tema del correntismo sia un’operazione di distrazione di massa. I sono iscritto a Magistratura Indipendente – ha spiegato Rispoli – ma sono sempre stato nominato agli incarichi che ho rivestito all’unanimità. O sono Totò Riina o la prova vivente che il sistema correntizio non funziona. Per impedire alle correnti di fare quello che hanno fatto bastava una legge ordinaria con la quale stabilire i criteri oggettivi in base ai quali valutare la carriera dei magistrati e decidere i loro avanzamenti e le assegnazioni degli incarichi semi direttivi e direttivi». Per l’avvocato Buffoli «le valutazioni che i magistrati si danno sono altissime nel 98% dei casi. Possiamo davvero pensare che siano obiettive e che questo possa essere un criterio per nominare i magistrati migliori?».
Dell’Alta Corte disciplinare, l’organismo che dovrà occuparsi di procedimenti disciplinari a carico dei magistrati, si è occupata il giudice Silvana Bini. Lo ha fatto mettendo sul piatto della bilancia le ragioni del no e quelle del sì. «Chi è contrario alla riforma – ha spiegato – segnala che la sua istituzione viola il divieto di istituzione di giudice speciale; che introducendo la componente laica eletta dal parlamento nell’Alta corte si può provocare una tendenza al conformismo da parte del giudice, spinto ad assecondare l’indirizzo politico per evitare un procedimento disciplinare». Bini ha segnalato come degne di attenzione anche alcune ragioni del sì. «Chi crede nella riforma ritiene che fino ad oggi il Csm abbia tutelato i magistrati, e che ci sia una promiscuità tra chi giudica e chi viene giudicato, che solo il sorteggio può evitare».
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