Cronaca

Pro Pal: le vite dalle 7 alle 8 dietro l’attivismo permanente e pacifico

Nel presidio serale 7/7 di piazza ci sono le storie di passione politica «contro le ingiustizie» di pensionati, insegnanti, infermiere, studenti
Erica Bariselli

Erica Bariselli

Giornalista

Gli attivisti del presidio permanente pro Pal in Piazza Vittoria
Gli attivisti del presidio permanente pro Pal in Piazza Vittoria

Le 7 della sera, si sta bene. Le 7 della sera, fa caldo e anche caldissimo. Le 7 della sera, fa freddo. Le 8 della sera: «Ci vediamo domani». Ci sono molte esistenze che si scandiscono anche così, dalle 7 alle 8. Dopo il lavoro, dopo le faccende e le commissioni. Per qualcuno è l'ora del calcetto, per altri della palestra o dell'aperitivo oppure del divano per scanalare in santa pace. Per altri ancora – pochi («no, non è vero che siamo pochi») – dalle 7 alle 8 è invece l'ora nella quale dare aria e consistenza alla rivendicazione dei diritti: «Della Palestina, ma vuol dire dei diritti universali, quelli riconosciuti dalla Costituzione. Contro tutte le giustizie e le diseguaglianze». Il tutto esercitato in forma pacifica, da portatori sani di attivismo e  passione politica nella sua forma più pura. Fuori dal mondo e anacronistica? Ancorata al modello sessantottino? «Ancorata – ribattono a uno a uno – ai diritti. Che non conoscono il passare delle epoche». «Voglio un mondo diverso – ci dice la signora Gianna, ex insegnante – proprio come lo volevo nel ‘68 quando non è che la situazione internazionale fosse più edificante di quella odierna. Basti pensare al Vietnam».

Alle 7 si stava bene in primavera, faceva caldo caldissimo in estate, fa freddo adesso. Non importa, non esiste condizione meteo: solo quel «ci vediamo domani» che si rinnova 7/7 da 163 giorni oggi ininterrotti. Fino a quando? Sine die. Fino a che avrà un senso, fino a che ci saranno gambe e fiato, fino a che «le coscienze non cambieranno». Dalle 7 alle 8 è quando il presidio permanente Pro Pal si riunisce: «In Piazza Vittoria, il largo Formentone oppure Piazza del Mercato, ma anche Piazza Duomo o  Corso Zanardelli. Abbiamo battezzato quasi tutti i luoghi clou del centro storico e la nostra presenza varia in base alle disponibilità dei luoghi che ci vengono fatte sapere di settimana in settimana quando presentiamo regolare richiesta di autorizzazione alle autorità. Quando abbiamo il quadro, attraverso il nostro gruppo WhatsApp comunichiamo man mano dove sono i ritrovi». Non importa dove: la piazza, quella che tocca tocca, dalle 7 alle 8, per la loro toponomastica è «Piazza Gaza».

I volti e le voci

Chi sono, cosa fanno, da dove vengono, cosa portano o pensano di aggiungere al dibattito pubblico pensionati, infermiere, insegnanti in alcuni casi madri di famiglia con figli adolescenti e pre adolescenti, bibliotecari, ex militanti di partito e tutti coloro che tolgono qualcosa alla loro routine e quella dei loro cari per chiedere che il mondo sia un mondo migliore? 

Sara è una delle anime del presidio permanente pro Pal di Brescia
Sara è una delle anime del presidio permanente pro Pal di Brescia

«Noi – stavolta la voce è quella di Sara, 51enne tra le anime del presidio – intendiamo solo offrire uno spazio democratico e di attenzione alla causa palestinese che non c’è, anche a causa di una informazione che non ha interesse a renderla mainstream. Noi offriamo informazioni e distribuiamo volantini in cui rendiamo chi lo desidera partecipe delle varie iniziative e anche di petizioni, a esempio, per boicottare le aziende di Israele». Dai, è una lotta contro i mulini a vento? La domanda è a metà tra il provocatorio e il percepito mentre li osservi arrivare alla spicciolata, srotolare gli striscioni con cui di lì a poco tappezzeranno la piazza e preparare il materiale da distribuire: «Abbiamo mille volantini freschi di stampa, basteranno per i prossimi tre giorni» ci dice sempre Sara, la più battagliera che non accetta di sentirsi definire «minoranza»: «Io non sono una percentuale, sono una persona che crede in un mondo migliore e se devo dirla tutta non mi piace nemmeno la definizione di “Pro Pal”. Non è abbastanza perché la lotta di fa per tutti i diritti e contro tutte le ingiustizie». «A me invece essere definito Pro Pal sta bene» interviene Vito, gagliardo pensionato: «Felicemente tale da 11 anni. Ero un tecnico ambientale, oggi non ho più tessere di partito, storicamente sono stato vicino alla Cgil. Ora faccio volontariato con i disabili e attraverso il passaparola mi sono unito al presidio al quale prendo parte due volte la settimana. Mi sento utile, mi sento ancora uno che vuole cambiare il mondo, come 50 anni fa. Sono uno – sorride mentre si esprime con toni pacati e da accogliente moderato – dei quattro amici al bar che cantava Gino Paoli».

Li osservi, li scruti. Ma soprattutto ti viene da osservare e scrutare chi passa e lambisce il loro perimetro. «Io la penso come voi» dice una signora passando in bicicletta senza fermarsi, mentre una coppietta di 25enni circa si lascia volentieri fermare per farsi consegnare un volantino e, già che c’è, chiedere due info in più. Sorpresa: nessuno affretta di proposito il passo, nessuno gira appositamente al largo. L’immagine più scortese alla quale assistiamo è quella di un «no, grazie» o di uno sguardo rivolto loro con indifferenza.

Nessuno che li guardi con l’aria del «poverini» o «ma guarda un po’ quei quattro sinistroidi» che pure sono reazioni che ti aspetteresti. Niente di questo: «Ma qualche guaio – ci dice ancora Sara – lo abbiamo passato. C’è stata qualche “spedizione” ad hoc: abbiamo rimediato sputi e insulti verbali, niente di più». Ma i presidianti – il cui numero varia dai 20-25 fino al qualche centinaio – si sono dati un codice: «Ci siamo riuniti in una apposita assemblea e ci siamo dati la linea di condotta del non reagire. Non tutti eravamo d’accordo, ma ha vinto la maggioranza». Perché il nostro «è uno spazio democratico, non è raro pensarla diversamente anche tra di noi. C’è chi è più o meno ideologizzato, ci sono tra noi storie e sensibilità diverse e succede magari non tanto di litigare per davvero, ma di discutere animatamente sì. Perlopiù però – racconta Vito – su questioni diverse da quelle della Palestina». «E comunque – aggiunge fieramente Sara – è capitato che qualcuno sia arrivato qui da noi armato di non propriamente buone intenzioni, ma che una volta placatosi si sia poi fermato ad ascoltare e scambiare opinioni in tutta tranquillità».

Le diversità

Mentre Gianna offre un quadrotto di cioccolato fondente a chi lo desidera per spezzare la fame e in sottofondo lo stereo del quale si occupa il signor Donato diffonde la musica di Bob Dylan, De André o quella dei canti popolari palestinesi, arriva Mohamed l’egiziano: «Io sono il recordman di presenze: sono mancato solo una sera, ma perché sono dovuto andare dal dentista». Il 100% delle presenze lo fa semmai registrare Aria, la mascotte del gruppo, un mite e pacioso cagnolone che sbadiglia e raccoglie carezze intanto che si completa l’allestimento e iniziano a sventolare le prime bandiere della Palestina. «Scusi, me la presta per fare un foto?» chiede un ragazzo a un presidiante. «E scene così ne capitano spesso, per noi è un piacere».

Dietro e dentro una causa sono nati anche rapporti umani: «Ognuno di noi – racconta Gianna che insegnava diritto ed economia – ha il suo gruppetto di riferimento. Così capita anche di ritrovarsi al di fuori del presidio». Anche se pure a cena si fa attivismo: «Di recente abbiamo organizzato anche una pizzata: eravamo un’ottantina e abbiamo raccolto fondi per finanziare una scuola palestinese». Presto arrivano le 8. Ma chi glielo fa fare? «Il desiderio di un mondo senza ingiustizie».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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