«La sottoscritta Jaismeen dichiara di aggiungere al proprio nome il cognome Jaismeen. Da oggi mi chiamo quindi Jaismeen Jaismeen». «Il sottoscritto Kumar dichiara di aggiungere il cognome Kumar, chiamandosi d’ora in avanti Kumar Kumar». Capita spesso di imbattersi in comunicazioni di questo tipo, tra le pagine dei quotidiani cartacei. Accade molte volte anche sul Giornale di Brescia e molti lettori si chiedono come mai, cosa significhi, che cosa bizzarra sia questa dell’aggiunta del cognome – che è il nome ripetuto oppure alternativamente «Singh» o «Kaur» – da parte delle persone di origine indiana?
Le ragioni sono più semplici (e burocratiche) di quanto si pensi, ma il quadro generale è davvero interessante e non riguarda solo le necessità legali, ma anche quelle religiose e culturali. E pure sociali e antropologiche. Perché l’onomastica indiana è molto diversa da quella italiana.

Il cognome
La prima questione riguarda il cognome inteso come lo intendiamo in Occidente. In India, infatti, sul passaporto non compare. Il cognome informale è quello che si riferisce alla casta, mentre sul passaporto compare la dicitura «figlio/a di». A spiegarlo è l’avvocata Harpreet Kaur, che si occupa anche di diritto dell’immigrazione. «Quando una persona arriva in Italia e richiede il permesso di soggiorno, il cognome è necessario. Ma dato che in India il nome riportato sul passaporto ha un valore diverso, la Questura finisce per ripetere il nome e trasformarlo in cognome».
Ma perché comunicarlo sul giornale? «Perché la procedura prevista dal Consolato generale dell’India a Milano richiede la pubblicazione, un po’ come avviene per le pubblicazioni di matrimonio. Se non vengono presentate opposizioni, la procedura ha il nulla osta per proseguire, per ottenere permesso di soggiorno, codice fiscale o passaporto italiano nel caso dell’ottenimento della cittadinanza italiana».

Singh e Kaur
Il discorso va però allargato alla comunità sikh, ovvero quella parte di persone di origine indiana che segue questa religione monoteistica e che solitamente proviene dalla regione del Punjab. «Le persone di religione sikh portano tradizionalmente il cognome informale Singh se uomini e Kaur se donne. Io stessa sono Kaur, come mia madre e le mie cugine. I miei zii e i miei cugini, invece, sono Singh. Singh significa “leone”, Kaur significa “principessa”».
Non essendo un cognome legale, quando arrivano in Italia questo decade a favore del solo nome, ripetuto a mo’ di cognome come spiegato. Molte persone però vorrebbero riprenderlo, anche per una ragione pratica e non solo religiosa, come spiega Kaur. «I nostri nomi sono unisex. “Kaur” o “Singh” permettono quindi di identificare meglio il genere della persona in maniera immediata».
Eguaglianza
Il cambiamento del cognome in questo caso ha quindi una natura sociologica e religiosa. Anche perché storicamente la comunità sikh ha scelto di usare «Kaur» e «Singh» anche per una questione di eguaglianza e rispetto. «Il cognome, come detto, è legato alla casta e alla sottocasta di appartenenza. Se io, dopo il mio nome, mettessi il mio vero cognome, chiunque capirebbe immediatamente a quale casta appartengo, se elevata o inferiore. La casta è un gruppo sociale e, storicamente, ogni gruppo era associato a un determinato lavoro. Ad esempio, il cognome Kumar era legato a lavori umili, come la pulizia delle fogne. Questo sistema ha creato molte disuguaglianze. Proprio per superare queste discriminazioni, la religione sikh ha introdotto l’uso di “Singh” e “Kaur”, che indicano semplicemente il genere della persona. Sono quindi un suffisso che serve a far cadere nell’oblio il vero cognome della casta».
Ecco perché molte volte le persone di origine indiana e religione sikh chiedono di usare «Kaur» o «Singh» come cognome. A questo punto può sopraggiungere però un’altra questione: nel caso di persone naturalizzate italiane, la prassi italiana prevede che i figli e le figlie ottengano il cognome paterno. Anche se la Corte costituzionale ha dichiarato incostituzionale questo automatismo, e anche se oggi è possibile scegliere il cognome materno, quello paterno o entrambi, molti Comuni non si sono ancora adeguati, spiega l’avvocata, e di conseguenza i genitori sono costretti a dare inizialmente il cognome paterno anche alle bambine, che si trovano così a chiamarsi «Singh». «Le mie nipotine, ad esempio, sono registrate come Singh e i genitori l’hanno accettato, anche per una questione di integrazione in Italia. Molte persone ormai integrate e che hanno abbracciato la cultura occidentale preferiscono mantenere il cognome paterno anche per le figlie femmine. Io non ho questo problema perché ho anche un figlio maschio. Ma molte famiglie continuano a preferire l’utilizzo di “Singh” e “Kaur” nella maniera tradizionale. Nel caso in cui non sia stato possibile farlo alla nascita, per le bambine si procede quindi con un’istanza per il cambio cognome».
Cambiare il cognome
Il cambio del cognome in questo caso avviene esattamente come per le persone di cittadinanza italiana. Lo si può chiedere (così come il cambio del nome), anche se rappresenta una procedura eccezionale e deve essere giustificato da motivazioni ritenute valide. La domanda va presentata alla Prefettura della provincia di residenza oppure di quella in cui è conservato l’atto di nascita (con l’apposizione di una marca da bollo). Dopo aver esaminato la richiesta e la documentazione allegata, il Prefetto può autorizzare la prosecuzione dell’iter, che prevede la pubblicazione di un avviso per consentire eventuali opposizioni. Terminata questa fase, se non emergono impedimenti, viene emesso il decreto definitivo che permette di modificare gli atti dello stato civile e di aggiornare tutti i documenti personali. «Se per qualche motivo non viene data l’autorizzazione – spiega Kaur – a quel punto si procede con un ricorso al Tar, il Tribunale amministrativo regionale».




