Cronaca

Peacekeeping senza Europa: le missioni di pace nel mondo che cambia

Nel 1995 il personale europeo era circa il 40% del totale: oggi è sotto il dieci per cento
Carlo Muzzi

Carlo Muzzi

Caporedattore

La base Onu di Meiss Al-Jabal con i caschi blu nepalesi - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
La base Onu di Meiss Al-Jabal con i caschi blu nepalesi - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

L’idea di una forza multinazionale di interposizione da schierare a tutela della futura pace in Ucraina resta al centro del dibattito politico globale. Ma l’impressione è che le operazioni di peacekeeping abbiano perso peso politico e non siano più la risposta per la soluzione dei conflitti. Un dato è incontrovertibile: in trent’anni l’Europa è passata dall’essere uno dei principali contributori in termini di forze Onu a un attore quasi marginale sul terreno, pur mantenendo un ruolo centrale nelle decisioni, nel finanziamento e nella definizione dei mandati.

Il peacekeeping Onu è oggi «africano» e «asiatico» per ciò che riguardi caschi blu, ma europeo e occidentale nelle decisioni. Dal 1995 ad oggi la partecipazione europea è passata dal 40% del totale a circa il 7% della componente militare. Che ne è dunque oggi del paecekeeping e più in generale delle missioni multilaterali di pace at large (comprendendo anche Osce, Ue, Unione africana e altre organizzazione regionali) in una fase storica in cui il mondo sembra più complesso e in cui pare essere venuto meno il multilateralismo? La mappa proposta dal Sipri, Stockholm international peace research institute restituisce l’immagine di un sistema ancora indispensabile per la gestione dei conflitti, ma profondamente segnato da squilibri geografici, limiti politici e una crescente frammentazione della governance della sicurezza internazionale.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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