Cronaca

Sicurezza collettiva: necessaria, ma prigioniera degli interessi degli Stati

Michele Chiaruzzi, docente di Relazioni internazionali Università di Bologna
Perché il peacekeeping è necessario anche dopo i fallimenti come Srebrenica o il Rwanda
Le forze di pace delle Nazioni Unite
Le forze di pace delle Nazioni Unite
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«Evitiamo la perversione del concetto di peacekeeping. Quando le truppe di un Paese entrano nel territorio di un altro senza consenso, non sono peacekeepers imparziali. Non sono peacekeepers per niente». Il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, apostrofava così l’ambasciatore russo agli albori dell’invasione dell’Ucraina.

Contestava il tentativo d’appropriarsi del concetto della pace per legittimare una condotta di guerra. Criticava il tradimento dell’impegno verso un modello di cooperazione volto a mantenere la pace, non a strumentalizzarla. Ricordava che il multilateralismo non è l’estorsione del consenso all’uso camuffato della forza, bensì l’accettazione di limiti e regole per impegni condivisi. L’impegno è contribuire alla pace, intesa almeno come sicurezza collettiva, non di accettare la guerra come una relazione legittima tra gli Stati.

Limiti del multilateralismo

È un impegno maturato dopo la temperie delle guerre mondiali, grazie a un processo d’organizzazione tormentato dalla guerra fredda. Può sembrare vetusto, sepolto da impressionanti fallimenti come Srebrenica.

Non lo è almeno per due motivi. Anzitutto, perché gli uomini non possiedono solo territori, materie prime e armi ma anche credenze e opinioni. Una di queste, mai sepolta, è la possibilità di riprovare e migliorare, perché la politica non è solo la realtà, ma anche la coscienza che della realtà gli uomini acquisiscono o possono acquisire. Poi perché la sicurezza collettiva è un mezzo per la difesa degli interessi comuni della società internazionale. Ne riproduce pertanto le dolorose divisioni quanto la vocazione cooperativa, dato che entrambe dipendono dalla volontà politica degli Stati.

Le circostanze che disgregano l’impegno cooperativo per la sicurezza originano difatti nel sistema competitivo degli Stati, il quale può essere trasceso solo dagli Stati stessi. Per questo le carenze di ogni forza di pace multilaterale rispecchiano le carenze istituzionali di un dato contesto internazionale, rivelate nella prospettiva di questo particolare scopo e non del suo concetto.

Gli interessi degli Stati

Le difficoltà della sicurezza collettiva in un mondo politicamente diviso tra Stati sovrani e armati sono enormi. In questa condizione, persino l’idea di missioni di pace multilaterali diventa una contraddizione in termini, se è pensata secondo il modello della polizia nazionale.

Se un’autorità simile potesse essere stabilita in un modo che non ne facesse la posta più alta nella competizione fra le nazioni, i nostri problemi sarebbero finiti per definizione. Invece le rivalità di potenza, le contraddizioni di interessi, le incompatibilità ideologiche sono fatti. Finché esistono, i limiti cooperativi degli Stati restano e le potenze maggiori non obbediscono per forza alla maggioranza di un’assemblea, quale che sia il modo di rappresentanza adottato. Per questo la capacità degli Stati d’accordarsi sullo stabilimento occasionale di forze multilaterali di pace, condizionata e precaria qual è, resta comunque un successo perché impedisce che sia scritto l’ultimo epitaffio su questo tentativo. A dispetto della sua debolezza e dei suoi fallimenti, è un tentativo che si mantiene grazie all’interesse di certi Stati a sostenerlo.

Interesse multilaterale e interesse particolare non sono difatti alternative mutuamente esclusive fra le quali gli Stati devono scegliere. L’argomento per cui gli Stati s’impegnano solo quando ritengono che sia nel loro interesse farlo, viene talvolta avanzato come se ciò bastasse a liquidarlo. Ovviamente non è così.

La sicurezza collettiva non si fonda sulla disponibilità degli Stati a seguirne i principi a scapito dei loro interessi, ma sul fatto che essi giudichino che sia nel loro interesse seguirli. Ciò richiede però anche capacità diplomatica e temperamento politico. Lo sapeva bene Dag Hammarskjöld, il politico svedese che fu secondo segretario generale delle Nazioni Unite, ma soprattutto l’«inventore» del peacekeeping: «La vera sicurezza collettiva si trova alla fine, non al principio, degli sforzi per creare e utilizzare le istituzioni che sono al servizio dell’interesse comune».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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