Era il ventiquattro settembre 2005, esattamente ventuno anni fa. Quel giorno iniziò il calvario di Paolo Scaroni, l’ultrà del Brescia che, a causa delle percosse ricevute in uno scontro con la Polizia nella stazione di Verona Porta Nuova, rimase in coma per un mese, riportando conseguenze permanenti che gli valsero il riconoscimento di un’invalidità civile del cento percento: «Quell’episodio – racconta – ha letteralmente stravolto la mia vita, sotto l’aspetto emotivo, economico e degli affetti».
All’epoca era un giovane allevatore di Castenedolo, oggi la sua vita è consacrata a una battaglia che conduce al fianco di Amnesty International: l’obbligo di esporre un codice identificativo sui caschi degli agenti. In sede penale le sentenze certificarono le colpe dei poliziotti, ma assolsero tutti gli imputati per l’impossibilità di provarne in maniera incontrovertibile le responsabilità personali. Sul piano civile, invece, Scaroni si è visto riconoscere un risarcimento di 1,4 milioni di euro dal Ministero dell’Interno.
Scaroni, a distanza di oltre vent’anni si prova ancora la stessa rabbia?
«Continua ad aumentare. Non ho ancora metabolizzato la sconfitta nel processo penale. Non riesco a credere che nessun giudice abbia ritenuto credibile quanto ricostruito da chi ha indagato».
Il fatto che in tutti i processi sia stato dimostrato che quel pestaggio fosse effettivamente avvenuto rende tutto ancora più beffardo?
«Di più: è una presa in giro. A chi ha condotto le indagini ho chiesto perché fossero imputati proprio quegli agenti. Sono arrivato a sospettare che fossero stati scelti a caso. Mi risposero che se quelle persone erano state rinviate a giudizio un motivo c’era».
La sua battaglia per il codice identificativo va avanti.
«Assolutamente. Periodicamente organizzo degli incontri con Amnesty International in giro per l’Italia, principalmente nelle loro sezioni».

Continua ad avere fiducia?
«Relativamente. Uno Stato intelligente avrebbe già imposto l’obbligo. Riponevo grandi speranze in Ilaria Cucchi, ma nemmeno lei è riuscita a smuovere granché».
Perché a livello politico si incontrano così tante resistenze?
«Perché lo Stato protegge la Polizia. Il problema è grave perché qui non si parla più di mele marce: è marcio tutto l’albero. La mia storia non ha insegnato nulla: sono avvenuti altri episodi simili al mio, sia fuori dagli stadi che nelle piazze, e non si è fatto niente per migliorare le cose. Né da una parte né dall’altra».
Riconosce delle responsabilità anche al mondo ultras?
«Non ne faccio più parte, la mia opinione potrebbe infastidire qualcuno, ma sono convinto che sbaglino tutti. E che tutti debbano fare un passo indietro».
Cosa direbbe agli agenti che l’hanno colpita, se li avesse di fronte?
«Non so se troverei le parole giuste per descrivere quello che provo oggi».




