Cronaca

Molestie in UniBs: «Contro ogni violenza bisogna fidarsi dell’Ateneo»

La professoressa Adriana Apostoli, prorettrice, spiega l’azione messa in campo dall’Università per contrastare molestie e violenze di genere
Pierpaolo Prati

Pierpaolo Prati

Giornalista

Il piano di UniBs contro le molestie entra in una nuova fase
Il piano di UniBs contro le molestie entra in una nuova fase

L’indagine conoscitiva sulla violenza di genere e le molestie voluta dall’Università degli studi di Brescia ha rassegnato dati allarmanti. Il 43% delle studentesse che hanno risposto ha riferito di aver subito almeno una molestia, nelle scuole di specializzazione la percentuale sale al 59%. Ma solo lo 0,3% del campione ha sporto denuncia.

Un quadro grave e dettagliato davanti al quale l’Ateneo ha deciso di passare alla fase 2, predisponendo un piano di azioni per cercare di invertire la tendenza. Come si tradurrà questo nella pratica lo abbiamo chiesto alla professoressa Adriana Apostoli, coordinatrice della cabina di regia dell’Ateneo per la tutela della dignità e il contrasto alle molestie e violenze.

Prorettrice. Adriana Apostoli
Prorettrice. Adriana Apostoli

Professoressa Apostoli, a giudicare dal report che state presentando in questi giorni nelle Facoltà, l’Università non è terreno immune dalle violenze di genere. Se lo aspettava?

Ho presieduto per cinque anni la commissione pari opportunità del Comune di Brescia. Avevo qualche strumento per sapere che le organizzazioni nelle quali convivono delle persone sono attraversate da queste vicende, da questi stereotipi, da queste disuguaglianze di genere. Se lei mi chiede se sono sorpresa le dico che lo sono a metà. Non mi aspettavo numeri tanto ampi e fenomeni tanto radicati, ma a differenza di diversi colleghi l’esito del report non mi ha trovato del tutto impreparata. L’Università è attraversata da individui che respirano e sono formati con gli stessi stereotipi di chi frequenta gli spogliatoi di uno stabilimento, di chi va allo stadio, di chi partecipa a manifestazione in piazza. Non siamo esenti dai condizionamenti frutto di una cultura patriarcale assolutamente radicata nel nostro paese.

L’indagine restituisce un quadro allarmante. Allarmante e dettagliato. Un pugno nello stomaco…

Sicuramente. Ma anche un punto di partenza. Il pregio di questo report è sicuramente quello di aver dato contorni anche qualitativi al fenomeno. Ci ha dato l’opportunità di affinare il nostro piano di azioni di contrasto. Mi consenta di ricordare che non solo è attivo su questi temi da anni, ma anche che il nostro è l’unico Ateneo in Italia ad avere una commissione di genere.

Il virus c’è. Come pensa l’Ateneo di estirparlo o quanto meno di contenerne gli effetti?

Sono diverse le azioni che ci vedono impegnati. Ridurre l'incidenza delle molestie, aumentare la fiducia delle vittime nei canali istituzionali, investire sulla cultura del rispetto, ma anche sulla capacità di riconoscere i comportamenti molesti, oltre a prevedere azioni cautelative per le vittime e per i denuncianti e anche garantire la continuità nel tempo dell'azione di monitoraggio. Abbiamo intenzione di riproporre questo report, magari nel 2028, e di utilizzare i risultati come indicatori di qualità dell'Ateneo. Il piano indica scadenze e responsabilità. Il suo sviluppo sarà dunque monitorato.

Come sarà messo in pratica il piano?

Penso innanzitutto alla formazione obbligatoria degli apicali, ma anche di tutte le componenti dell’Ateneo. Pensiamo di inserire corsi di aggiornamento in materia di violenza di genere e molestie da inserire nei percorsi obbligatori in tema di sicurezza sui luoghi di lavoro.

Dal report emerge che in pochi denunciano perché «tanto non cambia nulla». Come convincere gli scettici del contrario?

In questi giorni, per venire all’attualità, abbiamo chiesto ad ogni docente di mostrare agli studenti le slide che sul tema abbiamo preparato in cabina di regia. L’obiettivo non è solo fare conoscere il fenomeno, renderlo il più riconoscibile possibile, ma anche indicare le modalità e i canali attraverso i quali reagire e denunciare.

Possiamo dire che la vittima non denuncia perché teme di esporsi senza ottenere risultati?

Sicuramente. Ma dobbiamo anche dire che abbiamo pensato a protocolli che compensano l’asimmetria tra vittima e l’autore della violenza, assicurando protezione a chi denuncia, a partire dall’anonimato. Abbiamo canali preferenziali, azioni in tempi brevi e definiti. Stiamo aggiornando le procedure anche con riferimento alla comunità LGBTQIA+, prevedendo partnership con enti del terzo settore e in particolare con Centri antiviolenza. Stiamo cercando di accerchiare il problema da ogni direzione.

Cosa dire ad una studentessa vittima di violenza da parte di un docente davanti al quale si deve ancora sedere per un esame? O ad una tirocinante molestata dal suo primario? O ad una impiegata che vuole ribellarsi al suo dirigente?

Che la loro tutela è la nostra priorità. Che in questo senso stiamo pensando di aggiornare i nostri procedimenti disciplinari, ma anche di prevedere degli strumenti cautelari, per agire in tempi celeri in situazioni di emergenza. Dobbiamo farlo per consentire alla vittima di proseguire nella sua attività all’interno dell’Ateneo, che sia di studio o di lavoro, dobbiamo farlo tutelando la sua dignità, ma anche quella del presunto autore della violenza.

Perché l’Università possa dirsi sulla strada giusta che risultato dovrà uscire dal prossimo report in materia di molestie e violenze di genere?

Avremo fatto bene se noteremo un’inversione di tendenza sotto il profilo della fiducia nell’istituzione universitaria, negli strumenti che mette a disposizione. Solo se aumenta la fiducia nella risposta che l’Università è in grado di dare diminuiranno le violenze. A questo punto la sfiducia sarà tutta per il molestatore che non avrà alternativa: dovrà smetterla.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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