Riforma della disabilità, la ministra Locatelli: «Risolveremo le criticità»

Da Desenzano a Salò, da Orzinuovi a Rovato: un tour serrato, due giornate di incontri e confronto diretto con chi, ogni giorno, vive la disabilità e costruisce l’inclusione. Famiglie, studenti, associazioni e amministratori: la ministra per la Disabilità Alessandra Locatelli ha scelto il Bresciano per ascoltare, capire, rilanciare.
Ministro Locatelli, che impressione le ha lasciato questo breve viaggio? Quale ricordo porterà con sé a Roma di questa provincia?
Provo un grande orgoglio. Brescia è fiore all’occhiello della Regione Lombardia, ma anche di tutto il nostro Paese. In questi giorni ho incontrato non solo enti del Terzo settore capaci, disponibili e in grado di portare avanti progetti innovativi, ma anche Amministrazioni competenti sui temi sociali e della disabilità. Ho provato tanta soddisfazione nel vedere che il lavoro di rete e di condivisione è alla base delle politiche di questa terra.
La nostra provincia, dal gennaio 2025, è tra i territori che stanno sperimentando la Riforma della Disabilità. Una riforma che, per visione e principi, ha raccolto apprezzamenti diffusi. Sul piano applicativo, però, non sono mancate le difficoltà: si pensi, ad esempio, alla fatica nel far partire le commissioni valutative a causa della carenza di medici legali. Da parte del Ministero c’è la volontà di introdurre correttivi per superare queste criticità?
Sì, abbiamo già avuto diversi incontri con Ordine dei Medici, Inps e altri soggetti coinvolti grazie anche ai nostri formatori nazionali e all’unità di supporto territoriale. Sono emerse problematiche relative soprattutto all’invio dei certificati medici introduttivi e alle gestione delle figure specifiche che compongono le commissioni. Risolveremo ciò che è rimasto irrisolto nel prossimo decreto Pnrr, che non sarà l’ultimo passo che faremo in tal senso. Se dovessero esserci altri aspetti da sistemare lo potremo fare con ulteriori provvedimenti. Rispetto a qualche mese fa, quando il territorio bresciano era alle prese con difficoltà tecniche significative, in queste due giornate ho rilevato una generale soddisfazione per il miglioramento di alcune procedure. Come ogni cambiamento, anche questo richiede un percorso di rodaggio e di progressiva messa a sistema delle novità.
La partenza della sperimentazione da Brescia non è casuale.
Resto convinta che sia stato importante partire proprio da questo territorio. Un territorio vasto, con le sue peculiarità, ma anche con una grande capacità di affrontare le novità in modo positivo e di trovare soluzioni concrete, come sta avvenendo. Sono molto contenta che l’esperienza bresciana stia diventando un modello da portare all’attenzione di altre province.
Un tema molto sentito, anche nel nostro territorio, è il «dopo di noi». Cosa sta facendo il Ministero per dare risposte concrete alle famiglie?
Sul «dopo di noi» è stato attivato un tavolo di lavoro che, nell’ultimo anno, ha elaborato una proposta di riforma della Legge 112 del 2016. La proposta prevede innanzitutto un ampliamento delle maglie: oggi possono accedere ai percorsi di coabitazione solo le persone con disabilità grave, non gravissima o lieve. Inoltre l’obiettivo è far evolvere il concetto in un «durante e dopo di noi». La mia intenzione, nel corso di quest’anno, è condividere la proposta con il Ministero del Lavoro e valutare come avviare l’iter di modifica della normativa.
Nel Bresciano è attivo il percorso Dama, che garantisce la presa in carico personalizzata e semplificata delle persone con disabilità in ambito ospedaliero. Le famiglie ne apprezzano l’efficacia. C’è l’intenzione, da parte del Ministero, di estendere questo modello?
Faccio i complimenti a questa provincia. Il modello Dama è nato anni fa all’ospedale San Paolo di Milano con il dottor Ghelma ed è un tema che ho seguito fin da quando ero assessore regionale. Allora inserimmo nella riforma della legge sanitaria l’obbligo di protocolli specifici per la presa in carico e la cura delle persone con disabilità in contesti ospedalieri. Oggi stiamo lavorando alla stesura di linee guida nazionali: esperienze come quelle di Brescia, Mantova, Varese, Milano e altre regioni si stanno diffondendo a macchia di leopardo, ma non è sufficiente. Vogliamo incentivare anche chi, finora, non ha ancora avviato questo percorso.
Il Consiglio dei ministri ha appena approvato il disegno di legge quadro sul riconoscimento e la tutela del caregiver familiare. È un traguardo importante, atteso da anni, ora cosa succederà?
Dopo dieci anni e trentuno proposte naufragate, il nostro disegno di legge è stato finalmente approvato dal Consiglio dei ministri e ora inizierà l’iter parlamentare con procedura d’urgenza. Per la prima volta nella storia, il Governo ha inserito risorse certe nella Legge di bilancio per il riconoscimento dei caregiver familiari: 257 milioni di euro. Questo ci permetterà, già durante l’iter parlamentare, di avviare lo sviluppo della piattaforma alla quale i caregiver che lo desiderano potranno iscriversi. Una volta concluso l’iter, dal 2027, le risorse potranno essere ripartite, con priorità ai caregiver familiari conviventi prevalenti, che affrontano un carico assistenziale superiore alle 91 ore settimanali. Sono previste tutele e servizi anche per chi sostiene un impegno minore.
Non sono mancate critiche in merito all’ampiezza della platea coinvolta e alle risorse stanziate. Cosa risponde a chi solleva perplessità?
Riconosciamo tutti i caregiver familiari conviventi ma, con le risorse attualmente disponibili, è necessario garantire il beneficio economico innanzitutto a chi vive situazioni di maggiore urgenza. È un’impostazione frutto del lavoro di cinquanta soggetti che per un anno si sono confrontati, riuscendo a trovare un punto di equilibrio, pur nella diversità delle posizioni. Dopo anni d’attesa abbiamo messo un punto fermo dal quale non si torna più indietro e oltre il quale si può solo migliorare.
Ci sono altre novità importanti che vuole annunciare ai bresciani?
A breve sarà aperto il bando «Vita e opportunità» con una dotazione di 380 milioni di euro. È rivolto agli enti del Terzo settore e abbraccia tre dimensioni fondamentali: quella abitativa, quella lavorativa e quella ricreativa. I fondi potranno essere utilizzati per ristrutturare spazi, acquistare mezzi di trasporto o promuovere percorsi di formazione. Lo consideriamo uno stimolo a trovare il coraggio di fare qualcosa in più, per migliorare concretamente la qualità della vita delle persone con disabilità.
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