Dal Lucone agli Usa: la storia passa dallo studio degli alberi

Il Lucone di Polpenazze e il parco nazionale di Mesa Verde in Colorado, negli Stati Uniti. Due posti molto lontani. Due siti patrimonio Unesco diversi tra loro, accomunati però dalla dendrocronologia, la scienza che (semplificando) stabilisce l’età degli alberi studiandone gli anelli. Sul Garda la tecnica è utilizzata per datare i pali che si trovano nel sito e ricostruire così la forma degli abitati. Stiamo parlando di costruzioni che risalgono all’età del Bronzo antico, più specificatamente del 2034 a.C. Un processo utilissimo, che piace molto agli statunitensi.
Marco Baioni (archeologo e direttore del sito palafitticolo del Lucone), Claudia Mangani (archeologa del Museo civico di Desenzano) e Nicoletta Martinelli (dendrocronologa di Verona) sono volati a Denver per il convegno annuale dell’Associazione americana archeologi. L’invito è arrivato direttamente dalla direttrice dell’associazione Oona Schmid, su richiesta di Richard Ahlstrom dell’Università di Tucson in Arizona.

«Ahlstrom è un dendrocronologo, cioè uno studioso della datazioni di legni antichi – spiega Baioni –. È molto interessato al lavoro che stiamo facendo al Lucone. Noi con la dendrocronologia riusciamo a riconoscere i pali che sono stati costruiti con alberi contemporanei e abbattuti lo stesso anno. Questo metodo affascina gli americani e quindi abbiamo spiegato loro come lavoriamo, mostrandogli sia la tecnica, sia gli elementi strutturali che troviamo, come la porta e le travi. Gli è piaciuto moltissimo, tant’è che ci hanno invitato anche l’anno prossimo a San Francisco».
Collaborazione
Negli Stati Uniti il team italiano non ha però solo spiegato come viene applicata la dendrocronologia in Italia. La convention è stata l’occasione per vedere come lavorano al di là dell’Atlantico.
«Lo fanno in maniera completamente diversa rispetto a noi – precisa Baioni –. Abbiamo visto l’applicazione della tecnica in molti campi. Loro analizzano insediamenti tutti più recenti dei nostri e legati ai nativi americani: parliamo di abitati costruiti dal 1200 in poi. Un’altra differenza è la conservazione dei legni: in New Mexico è l’estremo secco a permetterla, da noi è invece è stata l’estrema umidità delle paludi. Anche per loro lo studio del legno ha portato a scoperte interessanti: si sono accorti che alcune tribù degli indiani innescavano incendi controllati per aprirsi delle radure e poi coltivare i campi. Inoltre stanno datando molti siti degli Anasazi, un popolo nativo del Nord America che a un certo punto è scomparso. Abbiamo visto poi una tecnica particolare: negli Usa cercano di capire come in passato le persone curavano le foreste, così da dare una forma utile agli alberi per fare i pali delle case. Cercheremo di applicarla anche noi».
Differenze
I reperti trovati in Italia e negli Stati Uniti sono logicamente di epoche diverse. Ma c’è comunque una particolarità. «Nei musei statunitensi abbiamo trovato pugnali simili ai nostri, ma con una datazione molto più recente – evidenzia Baioni –. Quando è arrivato l’uomo europeo l’America era nello stadio Neolitico. Quello che ha colpito molto l’uditorio americano sono le date: noi facevamo vedere degli oggetti in legno di 4mila anni fa, mentre loro sono abituati a manufatti di 800 anni fa».
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