L’inverno demografico: meno coppie feconde e crollo nuovi italiani

Un tunnel senza fine. Nel quale ogni mille residenti nascono poco più di sei bambini. L’Italia è in emorragia e i numeri sono gli unici che continuano a gridare l’allarme: se nel 2023 sono nati 13mila bambini in meno rispetto al 2022, i dati provvisori dell’anno in corso sono persino più impietosi: tra gennaio e luglio le nascite sono state 4.600 in meno rispetto allo stesso periodo del 2023. Un altro 2% in meno verso il fondo.
Il trend
A cosa stiamo assistendo? Ad un trend ormai di lungo corso, al quale nessuno sta prendendo realmente le contromisure. E se si pensa che rispetto al 2008 – anno in cui il numero dei nati vivi superava le 576mila unità (il più alto valore dall’inizio del Duemila) – si riscontra una perdita complessiva di 197mila persone (-34,1%), il fenomeno si fa ancora più inquietante. Anche il Bresciano rappresenta lo specchio in miniatura dello Stivale: l’anno scorso sono venuti al mondo solo 8.607 bambini, quasi un centinaio in meno rispetto al precedente, quando furono 8.701. Significa solo 6,8 ogni mille abitanti – comunque superiore alla media italiana.
Nell’ultimo report Istat punta i riflettori anche sulla ormai stabile bassa tendenza ad avere figli (1,2 figli per donna nel 2023), causata dai mutamenti strutturali della popolazione femminile in età feconda, convenzionalmente fissata tra i 15 e i 49 anni, che è sempre meno numerosa. Oggi, quelle nate negli anni del baby boom (dalla seconda metà degli anni Sessanta alla prima metà dei Settanta) hanno ormai superato la soglia convenzionale dei 49 anni. Gran parte di quelle che ancora sono in età feconda appartengono all’epoca del cosiddetto baby bust, ovvero sono nate nel corso del ventennio 1976-1995 durante il quale la fecondità scese da oltre 2 al minimo storico di 1,19 figli per donna.
Genitori
Come in un effetto domino. Meno genitori potenziali, meno probabilità di figli. «La natalità così bassa da lungo tempo sta facendo sì che ci sia una riduzione delle coppie in età riproduttiva – conferma Alessandro Rosina, professore di Demografia all’Università Cattolica di Milano –. L’effetto è che in Italia abbiamo sia bassi numeri delle coppie in età per avere figli sia una fecondità più bassa. E a contare sono entrambi i fattori».

Ma come si fa ad agire su queste leve, visto che i nati da genitori stranieri calano del 3,1% sul 2022 e del 35,6% sul 2012 e anche quelli da coppie in cui almeno uno dei genitori è straniero diminuiscono (dell’1,5% sul 2022 e del 25,1% rispetto al 2012)?
«L’immigrazione rafforza la natalità perché porta persone in età da lavoro e che possono avere figli. Ma l’integrazione non basta, se si vuole avere una visione sistemica integrata bisogna attuare politiche affinché ci siano adeguate condizioni di benessere e perché aumenti la fecondità femminile. Le politiche della famiglia, quelle generazionali, di genere e migratorie fanno parte di uno stesso sistema».
Come a dire: basta nascondersi dietro lo specchietto delle allodole dell’immigrazione. Neppure i nuovi italiani bastano più. «Vogliamo famiglie povere e una bassa occupazione femminile?», chiede provocatoriamente Rosina interpretando la direzione intrapresa da tempo dal nostro Paese.
Emergenza nell’emergenza, l’inverno demografico coincide con l’estate della terza età. Le ultime rilevazioni lo confermano: nei prossimi vent’anni la provincia di Brescia sarà più anziana e fragile. Gli under 15 caleranno del 7% e gli over 65 aumenteranno del 40,5%. In 18 anni, insomma, la fetta di chi ha almeno 65 anni passerà dal 22,8% dell’intera popolazione odierna al 31,4% di quella futura. Con tutte le conseguenze del fenomeno. L’altra faccia della stessa medaglia.
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