Il potere d’acquisto dei lavoratori bresciani crolla di 2mila euro

Duemila euro in meno. È quanto ha eroso il caro vita sul potere d’acquisto annuale dei lavoratori bresciani tra il 2010 e il 2022, con i salari reali crollati dell’8%. A scattare la fotografia a tinte fosche è una ricerca di Uiltucs su dati Istat e Eurostat, che mette a confronto le dinamiche salariali e la contrattazione collettiva in Italia negli ultimi 10 anni con quelle di altri otto Paesi dell’Unione Europea. E se si considera che il reddito medio dichiarato dai bresciani lo scorso anno si è fermato a 24.577 euro, emerge che in dodici mesi i lavoratori della nostra provincia hanno perso circa duemila euro di salario reale. Con differenze comunque abbastanza marcate: nel Bresciano si va infatti dai 12.829 euro di reddito complessivo dichiarato a Magasa ai 38.019 denunciati a Padenghe sul Garda. Quella percentuale dell’8% medio, però, pesa (seppur diversamente) pressoché su tutti.
I dati
D’altronde secondo l’ufficio studi Anief, negli ultimi 15 anni il costo della vita è aumentato del 29,2%, contro il 13,48% dell’incremento delle buste paga; e proprio sui dipendenti dello Stato pesa come un macigno il blocco decennale, fino al 2018, di vuoto contrattuale. Tra il 2009 e il 2018 a fronte di un aumento dell’inflazione dell’11,1%, il Ccnl del 2018 ha risposto con un magro +3,48%. Così nell’ultimo triennio l’inflazione record e l’aumento dei prezzi hanno reso più poveri i dipendenti, soprattutto quelli che operano nel settore pubblico, perché sono lavoratori che percepiscono stipendi semi-fermi e sempre più distanti dal costo della vita. Secondo il rapporto dell’Inps, infatti, la retribuzione media annua dei dipendenti pubblici italiani ammonta a 35.141 euro. Ma se si vanno ad indagare nel dettaglio i redditi, si notano grosse differenze all’interno della stessa Pubblica amministrazione: ad alzare la media è l’Università ed enti di ricerca (nei quali il reddito è di 50.288 euro), le Forze armate (con una retribuzione di 46.649 euro) e la Magistratura (46.043). Ad abbassarla è invece il mondo della Scuola, dove il reddito medio è di soli 25.777 euro. Una retribuzione non lontana da quei poco più di 24mila euro guadagnati all’anno nel Bresciano, dove però i dipendenti pubblici (soprattutto docenti) rappresentano solo il 10% di tutti i lavoratori della provincia.
Per questi motivi sono tanti gli scetticismi che ruotano intorno ai 5 miliardi messi a disposizione dal Governo per il rinnovo dei contratti delle PA 2022/2024. «Secondo i calcoli del nostro Ufficio Studi – dichiara Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief – quei 5 miliardi servono solo a recuperare l’indennità di vacanza contrattuale, relativa al biennio di ritardo contrattuale, da assegnare ai lavoratori che operano per lo Stato. Servono poi altri 10 miliardi per allineare gli stipendi all’inflazione che nel frattempo ha assunto proporzioni gigantesche».

In questo contesto, la Funzione pubblica di Cgil ha fatto sapere che i dipendenti pubblici si dicono contrari a un rinnovo del contratto che recuperi solo un terzo del potere d’acquisto perso con l’inflazione. «Sono già diverse migliaia i partecipanti alla consultazione online promossa da Fp Cgil che non condividono l’ipotesi di un contratto che taglia i salari dei dipendenti pubblici», si legge in una nota. D’altronde l’Aran propone il 5,7,8% a fronte di un’inflazione che nel triennio 2021-2024 ha superato il 15%. Secondo fonti Ocse, le retribuzioni italiane sono quelle che hanno subìto una delle maggiori riduzioni del potere di acquisto: in un anno i salari reali sono scesi del 7%, nonostante in media le buste paga siano aumentate dell’1%. Altri Paesi hanno registrato variazioni più contenute dei salari reali, anche grazie ad aumenti più sostanziali di quelli nominali. Inoltre, la crescita del salario lordo dell’Italia nel periodo 2010-2022 è la seconda più bassa (+13%), il cui salario minimo legale nello stesso periodo è però cresciuto del 58%. Nello stesso periodo, i salari medi degli altri paesi sono cresciuti da un minimo del 23% in Francia ad un massimo del 37% in Svezia.
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