CronacaGarda

Garda caso di studio: anziché essere tutelato, è soffocato dal cemento

Nasce il movimento dal basso per chiederne la salvaguardia: le costruzioni mangiano due metri quadri al secondo
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Cemento, il Garda soffoca
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Marinella gironzola in vestaglia, sorseggia il suo caffè sul balcone, ne offre una tazza agli operai al lavoro dall’altra parte della strada. «Del resto, loro che c’entrano? Stanno facendo il loro lavoro, meglio vista lago che vista tangenziale». La sua di vista, tra non molto, sarà invece sul terzo piano di due palazzine nuove di zecca. Sul retro delle due palazzine, per la precisione. Accanto, altre villette, tutte con piscina privata al seguito. Tutte rigorosamente vuote: «Ormai io mi sento come in The Truman show: ad abitare qui in pianta stabile siamo in due soltanto».

Il Garda soffoca

Quando Marinella ha preso casa tra Desenzano e Sirmione era circondata dal verde: «Ora è tutto un costruire, tutto è realizzato in funzione di quei quattro mesi all’anno in cui esiste solo il turismo. E così, a forza di pensare solo a questo, si è perso il senso generale». Il senso generale di cui parla si vede passeggiando: intere zone sembrano il set di un film, con costruzioni nuove di zecca, dall’aspetto perfetto tra un rosa confettato e un grigio trendy, ma con le ante chiuse e la polvere che si accumula. Attorno, nessun servizio di prossimità: non un bar, non una lavanderia, non un ristorante, figuriamoci un panificio o una bottega.

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Benedetta Pagni di Facta.eu ospite del tg di Teletutto

È così, resort dopo villetta, che la zona del Garda sta soffocando. Una trappola di cemento che, gru dopo gru, negli ultimi anni nel Bresciano si è mangiata territorio e natura al ritmo di due metri quadrati al secondo, intrappolando i 368 km quadrati del più grande bacino d’acqua dolce d’Italia e scarabocchiando paesaggi che sono stati protagonisti di centinaia di opere d’arte, da Klimt a Corot. E gli effetti collaterali, anche quelli che nelle cartoline non si vedono, sono pesanti.

Intere strade sono abitate da case chiuse a chiave per otto mesi l'anno - Foto New Reporter Nicoli © www.giornaledibrescia.it
Intere strade sono abitate da case chiuse a chiave per otto mesi l'anno - Foto New Reporter Nicoli © www.giornaledibrescia.it

Le acque malate

I livelli di contaminazione microbiologica delle acque sono da vergognarsi. Li ha confermati Legambiente e accanto ai punti di prelievo bresciani sfila un rosario di «fortemente inquinato». Località Le Rive, Salò: fortemente inquinato. Porto di Padenghe: fortemente inquinato. Località Roina, Toscolano Maderno: fortemente inquinato. Oasi di San Francesco del Garda, Desenzano: fortemente inquinato. No, il lago di Garda non se la passa per niente bene. Inquinamento (l’abbondanza di microplastiche nel nostro bacino è risultata «significativamente più alta rispetto a tutti gli altri» come certifica la ricerca Environmental science and pollution), cementificazione, perdita di biodiversità (l’inquinamento da nutrienti è finito su Freshwater Science), overtourism (25 milioni di visitatori).

Il dizionario contemporaneo che racchiude il lessico di ciò che danneggia il lago, il suo ambiente, il paesaggio, la biodiversità, la qualità delle sue acque e la qualità della vita degli abitanti è stracolmo di parole e di azioni da correggere. Le immagini satellitari e aeree e le riprese con i droni (effettuate con l’aiuto del fotoreporter Stefano Nicoli) compongono un database che dimostra come anche tra il 2018 e il 2023 la furia edilizia non abbia, nei fatti, rallentato la sua marcia. Anche zone che avrebbero tutti i crismi per essere protette non sono risparmiate dal piercing territoriale contemporaneo. L’ambiente, del resto, viene tirato in ballo solo quando diventa un prodotto mercificabile. Una visione, questa, rappresentativa del modello di sviluppo dell’intera area gardesana: ed è attorno a questo modello economico, sociale e quindi insediativo che servirebbe un profondo dibattito, non su singoli casi che non ne sono altro che gli esiti.

L’inchiesta

L’aumento delle presenze si traduce necessariamente anche in un aumento dell’occupazione di suolo per fornire alloggi e servizi a chi viene a soggiornare sul Garda. Come documentato in Green to Gray, l’inchiesta in diversi capitoli a cui Facta.eu (con cui ho collaborato in chiave locale per il GdB) ha lavorato per mesi insieme a 41 colleghi di undici Paesi, osservando le coste e le rive del Benaco dai satelliti balza subito all’occhio come il grigio delle costruzioni abbia eroso sempre più spazio al verde della natura. Una natura che oggi è ammaccata e si trova in apnea. E questo perché il bacino d’acqua di casa nostra, a dispetto del suo enorme valore naturalistico e paesaggistico, ha pochissimi tratti protetti ed è dunque privo, perfino sulla carta, di quei meccanismi che dovrebbero garantirne una conservazione attenta. Almeno per ora.

Poche aree protette

Da persone come Marinella, ma anche dal lavoro di ricercatori e di comitati e associazioni locali, si è fatto avanti un movimento dal basso che invoca la salvaguardia del lago. E che inizia a mettere sul tavolo l’ipotesi del riconoscimento di personalità giuridica. Perché passando allo scanner i dati e, soprattutto, incrociando tra loro rilievi, studi, ricerche, campionamenti, l’epilogo è esattamente quello che questi cittadini denunciano: il principale lago italiano è protetto da leggi e direttive esclusivamente in alcuni tratti della sua costa.

Piccole superfici, perlopiù nel territorio veneto, a cui si aggiunge la porzione nordoccidentale, nel bel mezzo del Parco dell’Alto Garda (che tocca anche Limone e Salò). E se già è difficile tenere al sicuro ciò che sulla carta una tutela ce l’ha, aggredire un territorio che non ha alcuna forma di protezione rischia di trasformarsi in una passeggiata. Per questo – come spiega Francesco Visentin, docente di Geografia umana all’Università di Udine – «bisogna non solo stabilire dove sta il limite, ma anche scegliere se proseguire verso una visione antropocentrica oppure prendersi la responsabilità del ripristino. Che non significa conservare, ma rimettere in sesto». Ma per rimettere in sesto, bisogna prima riconoscere che qualcosa si è rotto. Sul Garda, oggi, si costruisce come se fosse infinito. Si promuove come se fosse intatto. Si consuma come se fosse vuoto. E invece è un ecosistema saturo, che chiede spazio, silenzio, respiro. Un ecosistema finito in un caso di studio internazionale, sì, ma non come modello. Come monito.

Il progetto

«Green to gray» è un’inchiesta giornalistica transfrontaliera a cui hanno lavorato 42 giornalisti e ricercatori da undici Paesi. Il progetto – che sarà pubblicato a puntate su diverse testate – ha la paternità di Arena for Journalism in Europe e della Norwegian Broadcasting Corporation, Nrk. L’idea dell’inchiesta nasce dal lavoro scientifico dei ricercatori del Norwegian Institute for Nature Research (Nina) che hanno messo a punto una metodologia nuova di misurazione della perdita di natura negli ambienti europei. Per quanto riguarda la metodologia, è stato analizzato un dataset globale sulla copertura del suolo, prodotto da Google e dal World Resources Institute, utilizzando un modello di riconoscimento delle immagini basato sul deep learning.

L’algoritmo ha individuato milioni di aree naturali o agricole che sono state urbanizzate tra il 2018 e il 2023. Successivamente, sono stati verificati manualmente e sul campo oltre 10mila punti per migliorare la precisione del modello e calcolare stime con margine di errore, un processo che ha richiesto più di cinquecento ore di lavoro. Per individuare casi studio rilevanti, sono state poi confrontate le aree urbanizzate con dataset europei e nazionali relativi ad ambienti naturali di valore, come foreste e zone umide, incluse aree protette secondo normative locali, nazionali o europee. Oltre al team di giornalisti italiani sono coinvolti colleghi di Belgio, Francia, Finlandia, Germania, Grecia, Norvegia, Polonia, Spagna, Turchia e Inghilterra.

Questa serie di articoli è stata supportata da Journalismfund Europe e da IJ4EU Investigative Journalism for Europe. Tutte le storie pubblicate, man mano, si trovano a questo indirizzo.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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