L’ultima immagine di Beccalossi? «Facile: lui al distributore di benzina, con la sua solita sigaretta. Ci incontravamo spesso lì: leggeva la Gazzetta dello Sport e mi parlava del suo impegno con le Nazionali giovanili». Evaristo visse i suoi anni da interista quando Beppe Bergomi era poco più che un ragazzino che s’affacciava al grande calcio.
Per tutti è lo «zio», a causa di quel peculiare vezzo che aveva di portare i baffi anche da giovanissimo. Lui al Mondiale del 1982, uno dei rimpianti di Becca, ci andò: «Ma io credo l’avesse presa nella maniera giusta. E poi non mi sento di rimproverare qualcosa al maestro Bearzot, che alla fine ci portò a vincere. Evaristo si sarebbe meritato la convocazione, ma il commissario tecnico dovette fare delle scelte».
Tra passato e presente

Bergomi, che quegli anni li ricorda bene, ripete un concetto che molti hanno voluto esprimere in questi giorni: «Si andava a San Siro soprattutto per vedere lui, i tifosi erano innamorati delle sue giocate». Trovare qualcuno che lo ricordi, oggi, è complicato: «Dico soltanto che un talento come lui sarebbe perfetto anche nel calcio di oggi: siamo alla costante ricerca di numeri dieci, che stanno progressivamente sparendo. Ci sarebbe un gran bisogno di uno come Evaristo».
La foto
Nell’album dei ricordi c’è una foto alla quale lo «zio» è particolarmente legato: «Quella della mia partita d’addio. Lo invitai, lui venne da me e mi ringraziò per averlo riportato a San Siro». E poi il sorriso: «Becca l’aveva sempre. Ero legatissimo a lui, come a tutti gli altri componenti di quella squadra, l’ultima a vincere schierando solo italiani. Beppe Baresi mi ha sempre aggiornato sulle sue condizioni di salute, in questi ultimi mesi. Ci ha lasciato troppo presto, come Nazzareno Canuti». Un altro compagno di Becca, scomparso lo scorso gennaio a settant’anni. Protagonisti di un calcio che non c’è più.




