Cronaca

Figli e lavoro, il conto lo pagano le mamme: 1.239 dimissioni nel 2025

Pesano le difficoltà legate in primis all’impiego e poi ai servizi. I neopapà, invece, lasciano perlopiù per un posto migliore. La consigliera di parità regionale Gandolfi: «Auspichiamo che il sistema migliori e lo faccia in fretta. Aiutiamo le aziende a capire che inserire le donne rappresenta un vantaggio»
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Per molte donne la maternità dà il via a una corsa a ostacoli: nidi costosi che chiudono prima degli uffici, part time difficili da ottenere, babysitter fuori portata, nonni lontani o già impegnati e stipendi che non bastano a coprire le spese dell’assistenza. Anche con qualche bonus e un partner presente, gli incastri, molte volte, restano impossibili, il fragile equilibrio salta e a cedere è il lavoro.

Lasciare il posto diventa così una scelta subita, più che voluta. Per i padri, invece, il cambio coincide molto più spesso con un passo avanti: un incarico di maggiore responsabilità, uno stipendio più alto, una nuova opportunità di carriera. La lettera che interrompe il rapporto di lavoro è, dunque, la stessa, ma nasconde ragioni e prospettive diverse.

I numeri

A raccontare con i numeri il fenomeno è la relazione 2025 dell’Ispettorato nazionale del lavoro presentata ieri a Palazzo Lombardia, a Milano, su iniziativa dalla consigliera di parità regionale, la bresciana Anna Maria Gandolfi, affiancata dall’assessore regionale all’Istruzione, Formazione e Lavoro Simona Tironi e dai relatori Patrizia Muscatello della direzione interregionale del lavoro del Nord; Mirella Ferrarese, dirigente dell’ufficio Affari generali - Dil Nord; Roberta Vaia per Cgil, Cisl e Uil Lombardia e Potito Di Nunzio, coordinatore regionale della Consulta dei presidenti degli Ordini dei consulenti del lavoro.

L'incontro in Regione per riflettere sui numeri
L'incontro in Regione per riflettere sui numeri

La Lombardia - motore dell’economia del Paese con oltre 940mila imprese - è la prima regione d’Italia per numero di dimissioni e risoluzioni consensuali di neomamme e neopapà: 13.114 su un totale nazionale di 59.770. Complice la denatalità, sono in leggero calo rispetto al 2024, quando erano 14.674 in Lombardia e l’1,6% in più in Italia. Seguono Veneto con 8.523 dimissioni ed Emilia-Romagna con 6.009.

Nel dettaglio le donne di casa nella nostra regione con figli fino ai 3 anni d’età che lo scorso anno hanno lasciato il lavoro sono state 8.542 (meno rispetto al 2024, quando erano 9.712), i papà 4.572. La fascia d’età dominante è 34-44 anni; l’anzianità di servizio bassa, nella metà dei casi inferiore ai 3 anni.

Il focus bresciano

Nella nostra provincia ci sono state 1.239 dimissioni di neomamme e 669 di neopapà, praticamente quasi la metà. Tra le donne 694 hanno un solo figlio. Si tratta perlopiù di impiegate (743) e operaie (453).

Meritano un approfondimento le motivazioni che le hanno spinte alle dimissioni: rispetto alla media nazionale e ai dati di Milano e Bergamo forniti durante l’incontro in Regione, nel Bresciano a pesare sono più le difficoltà connesse al lavoro come carenza di flessibilità e turni (54,1%) rispetto a quelle legate ai servizi come assenza di parenti o mancato accoglimento al nido (25,9%). Limitata, come altrove, è invece la quota di mamme che lascia il posto per passare a un’altra azienda (16%). Quota che sale al 68,8% tra i padri bresciani.

Certificazione di parità di genere

«Auspichiamo che il sistema migliori e lo faccia in fretta. È da vent’anni che lo diciamo. E l’inverno demografico è sempre più pesante: attendiamo il picco nel 2028», è il commento della consigliera di parità regionale Gandolfi che evidenzia la necessità di un cambio culturale che passi anche dall’adesione alla certificazione di parità di genere: «Aiutiamo le aziende a capire che inserire le donne nel mercato del lavoro rappresenta un vantaggio per l’azienda e per la genitorialità. Con questa certificazione puntiamo a fare rete attorno alla famiglia. L’esperienza è stata finora molto positiva: il 73% delle 1.400 aziende lombarde che l’hanno ottenuta conta meno di 50 dipendenti.

Nel Bresciano, stando all’aggiornamento del febbraio 2026, risultano certificate 210 imprese: «La nostra provincia è seconda solo a quella di Milano, che ne ha 510».

Nel complesso i dati dell’Ispettorato nazionale del lavoro hanno messo in luce «motivazioni, alla base delle dimissioni, che non sono nuove e che ci fanno riflettere - aggiunge la consigliera di parità regionale -. Ovviamente i numeri vanno parametrati al tessuto economico locale. Nel Bresciano, ad esempio, ci sono oltre 116mila aziende delle quali più di 24mila sono imprese femminili. In generale le donne avviano attività piccole, ma solide. In Lombardia le imprese femminili sono oltre 181mila su un totale di 940.477».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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