«La libertà non è un diritto, ma un impegno». «L’amore senza giustizia, senza considerazione del prossimo è un falso mito». «Stare zitti, di fronte a certi silenzi, è un peccato». «La Liberazione in Italia non si è ancora completata». «La mafia oggi non si sente, ma è molto più potente di prima».
Sono solo alcuni dei tantissimi spunti di riflessione che don Luigi Ciotti, fondatore di Abele e di Libera, diplomato in telefonia e telegrafia, laureato in scienze confuse (titolo che ha rivendicato in più di un’occasione) ha dispensato nel pomeriggio di oggi nell’infuocato cortile di casa Debrêl a Rodengo Saiano, ospite di Fondazione Punto missione alla Festa Verso l’Altro. Intervistato dalla direttrice del Giornale di Brescia Nunzia Vallini, don Ciotti ha parlato degli incontri che gli hanno cambiato la vita. Delle nuove emergenze. Del dovere morale che ogni persona, ancora prima che cittadino dovrebbe sentire suo di non limitarsi «a borbottare» o, peggio ancora, «a voltarsi dall’altra parte».

Parole chiave
Il prete antimafia, che anche a Rodengo Saiano è arrivato con la scorta, ha più volte esortato a fare «quello scatto in più» nella direzione di un «noi, che può fare la differenza». Ha ragionato di emarginazione, quella provata sulla sua pelle da bambino «montanaro» catapultato in prima elementare nel quartiere «bene» della città che lo ha adottato (Torino); ma anche di quella contro la quale è in campo da quando ha 17 anni. Si è mosso per parole e concetti chiave. «La libertà è un dono. Ci viene data per rendere chi libero non è. Se non è rivolta verso gli altri degenera. Oggi la nostra libertà non può non tenere conto dei 6 milioni di italiani in condizione di povertà, dei 60 conflitti nel mondo, delle fragilità dei nostri ragazzi, del dramma che stanno vivendo insieme alla loro «dilagante» tendenza al ritiro sociale».
Antimafia
Per lui parlano le esperienze che portano il suo nome. Realtà di successo, figlie della sua iniziativa come Libera. Don Ciotti, parlandone, ha ricordato che solo le relazioni - «dove non ci deve essere un Re, ma solo lazioni» - sono capaci di cambiare volto e senso alla storia, abbattere gli avversari più potenti. Sono le relazioni che ha intessuto durante le sue esperienze nel sistema penale minorile che hanno portato «all’incontro - ha ricordato il quasi ottantunenne sacerdote di Pieve di Cadore - tra una vedova di camorra e il ragazzino che aveva ucciso suo marito. Sono le relazioni che hanno mandato uno incontro all’altra e che ha spinto la donna, la dolce Lucia, a chiedere di adottare quel ragazzo».
Il noi che vince tutto
Relazioni antidoto a tutte le mafie. Don Ciotti lo ha detto anche a Totò Riina, nel corso di una videochiamata che il sacerdote, scampato ad un attentato «per la prontezza dei suoi angeli custodi», fece anni fa con il boss dei boss. «Avevo appreso da alcune intercettazioni ambientali fatte nel carcere dov’era detenuto - ha spiegato don Ciotti - che Riina aveva dato mandato ad uno dei suoi di uccidere quel parrino: don Cioffi, Ciocci, Ciotti... non sapeve bene come mi chiamavo. Quando l’ho visto in videoconferenza gli ho detto: lei può anche uccidere una persona, ma non riuscirà ad uccidere tutto un movimento». Potrà morire «io», ma un «noi» sopravviverà sempre.




