Disagio giovanile, 8 ragazzi su 10 soli e fragili: l’allarme dagli oratori
Bullismo, abuso di social, uso di sostanze stupefacenti e di alcol, baby gang e bande. Ma anche fragilità e depressione. Sono molte le facce del disagio giovanile, un fenomeno che troppo spesso viene giudicato prima ancora che compreso. Ci hanno provato gli oratori lombardi a riflettere sul tema, il loro (nonostante tutte le difficoltà del nostro tempo) resta un osservatorio privilegiato. Una ricerca nata tempo fa, «quando i segnali del fenomeno che siamo abituati a chiamare disagio adolescenziale non avevano ancora nell’opinione pubblica la configurazione drammatica e spaventata dei giorni attuali», così spiega mons. Maurizio Gervasoni, vescovo delegato alla pastorale giovanile e oratori della Conferenza episcopale lombarda, in premessa a «Oratori lombardi e disagio adolescenziale. Uno sguardo pastorale», ricerca realizzata con l’Università Cattolica sondando chi opera nei 2.300 oratori regionali.
I dati
La sintesi dei questionari e dei tavoli di lavoro parla chiaro, il disagio giovanile prende corpo come fragilità emotiva (84%), solitudine (80%) e dispersione relazionale (78%). Ma non mancano anche sintomi più gravi come la dispersione scolastica (45%) e le dipendenze da social, droghe e alcol (38%). Entrando ulteriormente nel merito della ricerca, tra le risposte possibili quella maggiormente scelta (dal 65,9% di chi ha risposto) è stata: «Ho visto crescere nuovi disagi: relazionali, affettivi, sociali, familiari, spirituali».
Ben oltre la metà di coloro che hanno risposto (il 57,1%), però, ha messo in luce come l’emergenza pandemica abbia fatto emergere nuove consapevolezze e generato pensieri di cambiamento pastorale ed educativo.
Inoltre il 61,1% dei questionari ha messo in evidenza un calo della partecipazione e delle presenze nei percorsi tradizionali (animazione, catechesi, cammini spirituali). C’è un dato di fatto oggettivo: gli oratori affollati sono un ricordo dei decenni passati, o comunque un fenomeno sempre più raro. Ci sono indubbiamente mille motivazioni, non ultima il calo demografico.
Ma la disaffezione verso la Chiesa in generale è certificata anche dalla ricerca degli oratori lombardi; la «disaffezione per il proprio cammino spirituale» raccoglie ampiamente oltre il 70% sian nei preadolescenti, che negli adolescenti e (ovviamente) nei giovani. Peraltro se considerassimo come positiva solo la casella «per nulla presente», la disaffezione si piazza per tutte e tre le fasce d’età oltre il 90%. Dati su quali riflettere, cercando soluzioni.
Soluzioni
Partiamo proprio da qui, «questa ricerca, oltre a fotografare i nostri ragazzi - spiega don Giovanni Milesi, responsabile della pastorale giovanile della Diocesi - ci mostra un dato di fatto: gli oratori continuano a essere un importante, e valido, presidio educativo; luoghi dove si fa prevenzione e dove si può anche gestire il disagio». Oratori che, ovviamente, stanno vivendo tempi di grandi cambiamenti.
«Gli oratori si adattano sempre ai tempi - prosegue don Giovanni -, occupandosi di giovani non potrebbe essere altrimenti. Tutto questo però restando sempre fedeli alla propria vocazione evangelizzatrice, che si concretizza nell’accoglienza, nell’ascolto e nella vicinanza: oggi più che mai c’è bisogno di stare accanto in modo sani ai giovani».
Don Milesi sottolinea che gli oratori restano «un ponte tra la strada e la Chiesa, ma indubbiamente hanno perso quella che, fino a qualche decennio fa, era la funzione di attrarre tutti», è ormai impossibile. «Oggi la maggior parte dei giovani non ha proprio il tempo fisico per venire in oratorio - prosegue -, presi come sono da mille impegni. Ma ribadisco: gli oratori rimangono un luogo sano, accogliente e inclusivo, dove non si gioca sulla competitività e sulle performance; anche chi ha problemi trova quindi una comunità che lo può aiutare». La ricerca sottolinea come gli oratori siano ancora oggi dei luoghi dove la qualità educativa resta molto alta. «Su questo non c’è nessun dubbio - conclude don Milesi -, in oratorio si impara a voler bene alla persone, a stare con gli altri, ad accettare le differenze, a valorizzare per crescere. Gli oratori non sono indifferenti al disagio giovanile ma anzi se ne fanno carico, con un protagonismo dei ragazzi sano e propositivo».

Integrazione
C’è un altro aspetto da sottolineare, gli oratori sono luoghi aperti a tutti, anche a prescindere dall’appartenenza religiosa. La ricerca cita una considerazione della Cei: «Di fronte alla sfida dell’interculturalità gli oratori rappresentano oggi uno dei luoghi più avanzati e maggiormente coinvolti nei processi di accoglienza e di integrazione dei figli degli immigrati. Sono gli stessi ragazzi, messi nella condizione di confrontarsi con i coetanei di altre nazionalità e di altre religioni, che aiutano le nostre comunità a crescere nella dimensione dell’apertura, della cordiale convivenza e della testimonianza della fede. Il linguaggio dell’accoglienza fa già parte, di fatto, del patrimonio e della sensibilità educativa dell’oratorio. Tale contesto può favorire un confronto, anche per superare una certa indifferenza diffusa, rispetto alle questioni più profonde dell’identità, compresa quella religiosa».
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