Opinioni

«Torniamo ad aprire gli oratori»: la lezione di Gigi impegna tutti noi

L’allenatore bresciano invia una lettera al GdB nella quale invita a rinnovare il carisma originario degli spazi parrocchiali
Gigi Cagni, bresciano doc, cresciuto in Carmine, allenatore di successo - © www.giornaledibrescia.it
Gigi Cagni, bresciano doc, cresciuto in Carmine, allenatore di successo - © www.giornaledibrescia.it
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C’è una frattura sottile, che non è ancora diventata crepa, ma rischia di allargarsi fino all’incomprensione reciproca e a due mondi paralleli, che mai si incrociano: quello degli adulti e quello dei ragazzi.

Parliamo spesso di loro, quasi mai li ascoltiamo. Facciamo fatica a comprenderli, abbondiamo nel giudizio, spesso con atteggiamento paternalistico, come se noi a differenza loro avessimo fatto la guerra, mentre in realtà, come generazioni, è soltanto questione del modello di Playstation.

Ed è curioso, ma pure indicatore di speranza, che il grido d’allarme arrivi dagli oratori, che corrono per primi il pericolo di smarrire il carisma originario, quello dell’apertura, dell’accoglienza, cedendo alla tentazione che Gesù stesso scaccia, sul monte Tabor: piantare delle tende, dove stare bene, tra simili, rinchiudersi, lasciando il mondo fuori. La tentazione del club, potremmo definirla ora, esclusivo per i buoni, per i docili, per chi aderisce mani e piedi alle regole. Ma l’oratorio non nasce così. Non era così per San Filippo Neri, né tanto meno, secoli dopo, per don Bosco, né per la tradizione delle migliaia di sacerdoti a cui dobbiamo la promozione umana, prima ancora che cristiana, di generazioni e generazioni, compresa la nostra storia, personale.

«Chiusi» gli oratori rischiano invece di diventarlo ora, serrando a chiave le porte per i timori più svariati, in genere legati alla sicurezza («non c’è nessuno che controlla», «e se succede qualcosa», «e se qualcuno si fa male»...), dimenticando che essi sono da sempre i luoghi del «rischio educativo», del lasciare che i ragazzi crescano senza troppe briglie, mettendosi in gioco, in prima persona, diventando protagonisti e responsabili, degli spazi e, di conseguenza, anche simbolica, della loro vita.

Al desiderio di accoglienza abbiamo sostituito il culto dell’efficienza, della sicurezza, dell’immunità (scordando che «immune» significa privo di «munus», di dono, di quel talento misterioso dell’esperienza libera e comunitaria, anche quand’è negativa).

A questo proposito, le parole migliori ci paiono quelle dell’allenatore bresciano Gigi Cagni, il quale ha inviato al GdB una lettera che da sola vale un’editoriale. Sia per il problema che pone, sia per la soluzione che suggerisce e che impegna tutti noi e non soltanto la Chiesa, le diocesi, il clero, a mantenere viva la fiaccola degli oratori.

Rinnovare il carisma originario e aiutare chi gestisce gli oratori è infatti compito di tutta la comunità adulta, nella propria interezza, a partire da chi è genitore.

«In questo fine settimana sono tornato a Brescia - scrive Cagni - invitato da una associazione che sostiene le famiglie, ma soprattutto i figli del Carmine, il quartiere della mia infanzia e dal quale è nato il mio libro «Rànget», formando anche il calciatore che sono stato. La mia delusione è stata nel vedere l’oratorio in cui sono cresciuto, con degli spazi ridotti da parcheggi e da spazi intorno inutilizzati perché proibiti con la scusa che i ragazzi potrebbero farsi male giocando. Ma in che mondo viviamo? Vorremmo che non stiano in casa con la Playstation e poi non riusciamo a organizzare spazi per loro. Genitori ribellatevi e organizzatevi. Fate in modo che, dopo la scuola, possano sfogare tutte le loro energie mentali e fisiche liberi da ogni vincolo o costrizione che non gli permette di crescere forti e resistenti. Capisco anche che non si possono fare le stesse cose della mia generazione, ma adattarle sì. Se ha funzionato con noi, e ha funzionato, bisogna copiare per quello che si può e non adattarsi a questo sistema malato. Il Carmine è stato la mia scuola di vita. È stato il luogo in cui ho imparato le regole, i valori e il modo di affrontare la vita con spensieratezza sapendo che bisogna guadagnarsi tutto con volontà e spirito di sacrificio. Non c’è niente di più bello che «faticare» per ottenere dei risultati di qualsiasi tipo. Io vengo dalla strada e invece di proporre i metal detector nelle scuole forse sarebbe meglio dare l’esempio che tutto si può ottenere senza la forza, ma con la conoscenza e l’educazione». Così sia.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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