Cancellare alcune parrocchie? A Brescia, diversamente da altre diocesi italiane, non è mai accaduto. E pressoché sicuramente non avverrà finché il pastore della nostra Chiesa sarà il vescovo Tremolada. Lo si è capito chiaramente durante il convegno del clero, lo scambio di battute (certo bonarie ma rivelatrici di posizioni opposte o quasi) tra monsignor Giuseppe Mensi, vicario all’amministrazione, e appunto il vescovo non ha lasciato dubbi. Il tema (ovviamente delicatissimo) era già emerso durante il convegno di aprile, con alcuni preti che avevano chiesto scelte coraggiose.
La rilfessione necessaria
Per togliere ogni dubbio, il vescovo ha messo nero su bianco il suo pensiero nella lettera «Camminiamo nella luce del Signore»: «Sull’ipotesi di accorpamento delle parrocchie, sulla quale lo stesso convegno diocesano auspica una riflessione approfondita, mi riservo una valutazione che domanderà un tempo congruo».
Più d’uno ha visto in quelle parole il classico rimando alle calende greche. Lo ha esplicitato (a sorpresa) proprio Mensi ieri mattina durante la sua relazione sulle novità che riguarderanno l’amministrazione delle parrocchie, «forse il vescovo ora vorrebbe uscire un attimo per un caffè» ha detto introducendo (con il sorriso) il suo intervento: «Monsignor Tremolada ha detto che ne riparleremo, ma quando?».
Scintille
A questo punto il vescovo non poteva non intervenire: «Ribadisco che non escludo la soppressione di alcune parrocchie. Ma io dico questo: cosa significa tutto questo? Quali parrocchie sopprimiamo? Quali criteri adottiamo in questo percorso? Il criterio principale deve essere pastorale. Se mi si dice: un sacerdote che magari deve gestire cinque parrocchie, ognuna con i suoi impegni anche burocratico amministrativi, a un certo punto non ce la fa. Io dico: se il criterio è questo io non sono d’accordo. Detto questo, è certamente un tema, ma in questo momento servono ulteriori riflessioni». La strada da seguire è del resto nel testo approvato durante il convegno di aprile: «Si propone pertanto che si costituisca una commissione ad hoc che proceda a individuare all’interno del territorio diocesano alcune parrocchie che possano iniziare cammini di unità e comunione fino ad arrivare a un effettivo accorpamento. I criteri di fondo per la soppressione e il conseguente accorpamento/fusione delle parrocchie dovranno innanzi tutto considerare il bene delle anime». Il vescovo evidentemente concorda e vuole evitare fughe in avanti.

Quale futuro?
La realtà è questa: le parrocchie bresciane sono 472, un numero che risulta ormai praticamente impossibile da sostenere per il clero bresciano. La soluzione sono le Unità pastorali, di fatto un’unione tra parrocchie per renderne sostenibile la gestione quotidiana; l’obiettivo di arrivare a cento, è stato ribadito anche durante il convegno del clero, è realizzabile e non troppo lontano.
Ma proviamo a immaginare la situazione fra dieci anni: i fedeli saranno inesorabilmente sempre meno e con loro i sacerdoti. Le Unità pastorali saranno una realtà solida e ormai ampiamente metabolizzata (le prime del resto hanno già oltre dieci anni), ci saranno certo i laici ad aiutare, ma queste maxi realtà potranno ancora essere parcellizzate in parrocchie magari piccolissime? Non si possono però nascondere i rischi evidenti: se si inizia a chiudere le parrocchie poi dove si andrà a finire? È probabilmente questo il timore del vescovo, e non solo il suo.




