Clochard morto in via Milano: «La sofferenza ci mostra i nostri limiti»

La riflessione del direttore della Caritas di Brescia, don Maurizio Rinaldi: «Siamo chiamati a un nuovo protagonismo»
In un parco di via Milano è stato trovato senza vita un clochard di 42 anni - Foto Gabriele Strada Neg © www.giornaledibrescia.it
In un parco di via Milano è stato trovato senza vita un clochard di 42 anni - Foto Gabriele Strada Neg © www.giornaledibrescia.it
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Si può ancora morire di freddo nel 2026 in una città come Brescia? La domanda, così disarmante nella sua evidenza, racchiude l’imbarazzo di chi prende atto di un fatto che fatica ad accettare, perché non trova una spiegazione razionale. Ma non basta porsi l’interrogativo: non ci si può fermare lì.

C’è una sofferenza che ci interpella. È quella di un uomo in stato di disagio, «ricoperto da un cappotto logoro», così come lo descrivono le cronache. Un volto visto più volte, una voce che chiedeva aiuto o una sigaretta. Oggi quella sofferenza ci appare più nitida, perché diventa definitiva, perché ci mostra il nostro limite, la nostra impotenza, la nostra insufficienza. Sentiamo nostra la tristezza per la sua morte, ma anche – ed è bene che sia così – una responsabilità: quella di esserci, di non sottrarci, di costruire reti capaci di intercettare e accompagnare chi vive ai margini. È morto un uomo di 42 anni, «senza nome, senza storia». E nel prenderne atto si fa spazio anche il pensiero della nostra povertà di empatia. Un vuoto non da colmare con sentimentalismo, ma con una solidarietà autentica.

Papa Francesco, nel messaggio per la prossima Giornata mondiale del malato, parla di una compassione che per essere tale deve essere sociale. Una compassione che si fa prossimità, relazione, presenza.

Persone chiedono un pasto caldo alla Mensa Menni - Foto Marco Ortogni/Neg © www.giornaledibrescia.it
Persone chiedono un pasto caldo alla Mensa Menni - Foto Marco Ortogni/Neg © www.giornaledibrescia.it

Di fronte alla complessità delle nostre vite siamo chiamati a un nuovo protagonismo: quello di uno stile di vita aperto, integrato, solidale. Uno stile che superi le chiusure autoreferenziali e sappia ridefinirsi nel segno di una prossimità concreta, quotidiana e responsabile. Mi tornano allora due pensieri.

Il primo: l’imbarazzo per una morte così tragica ci interroga sulla nostra capacità di empatia. Non basta la notizia. Serve recuperare una solidarietà profonda, che ci faccia sentire legati gli uni agli altri nel rispetto delle storie di ciascuno. Troppo spesso, invece, la solitudine viene generata proprio dalla nostra incapacità di uscire da noi stessi. Il secondo: dobbiamo avere il coraggio di riconoscere anche i limiti dei servizicivili o caritativi – che pur esistono e operano. Il contrasto alla povertà passa da reti di condivisione, ma da solo non basta. È urgente costruire un’alleanza sociale per la speranza. Serve superare l’unilateralità degli approcci, in ogni ambito.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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