Cronaca

Le città hanno cambiato confine: il Pd immagina la grande Brescia

Dalla mobilità all’ambiente, fino all’emergenza casa, i problemi quotidiani superano ormai i confini amministrativi. Alla Festa della Valverde sindaci e amministratori pensano a un nuovo modello per affrontare insieme le sfide dell’area urbana
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L'incontro sulle città metropolitane alla Festa della Valverde

La politica, a volte, si riconosce dai dettagli prima che dai programmi. A Botticino la sindaca di Brescia Laura Castelletti arriva con una borsa color corda, intreccio a rete; Elena Carnevali, numero uno di Bergamo, con ballerine dello stesso tessuto e dello stesso intreccio. Nessuna delle due lo aveva pianificato. Come succede con le alleanze che funzionano davvero: sembrano casuali, in realtà sono il prodotto di una spontanea sintonia.

Sotto il tendone della Festa dell’Unità della Valverde non c’è più posto. Le panche sconfinano all’esterno, si resta in piedi, tutti sono in tenuta casual e gli applausi non difettano. Nessun malumore, semmai un coté ridanciano niente male. L’atmosfera è quella delle feste di partito quando la platea non arriva per assistere a uno scontro, ma per capire dove stia andando una comunità politica.

E infatti c’è un secondo pubblico, silenzioso quanto attentissimo, che non ascolta soltanto gli interventi: osserva chi applaude chi, con quale convinzione e in quale momento. L’applausometro assegna qualche decibel in più a Luca Reboldi, sindaco di Rezzato. Non è un caso: tra i quattro amministratori è quello che più direttamente mette sul tavolo la questione politica.

L’incontro

Per quasi due ore, in realtà, non si parla mai davvero di Botticino, Rezzato, Brescia o Bergamo. Si parla di una città che ancora non esiste nelle leggi ma esiste già nella vita delle persone. Chi vive a Rezzato lavora a Brescia. Chi abita a Botticino prende l’autobus urbano, manda i figli nelle scuole del capoluogo, usa gli ospedali cittadini. Bergamo ogni giorno passa da 122mila a 180mila persone. Brescia supera abbondantemente i duecentomila abitanti e continua a crescere. Le città, insomma, hanno smesso da tempo di finire dove iniziano i cartelli stradali. I legislatori, invece, non se ne sono ancora accorti e così i sindaci devono barcamenarsi e ingegnarsi come possono.

Reboldi è il più netto. La Giunta dei sindaci, dice, è utile ma «vive della buona volontà politica». Non decide, non ha risorse, non ha garanzie di sopravvivere a un cambio di maggioranza. E allora la domanda diventa inevitabile: «Una conurbazione da oltre 400 mila abitanti può essere governata così?». Vale per l’urbanistica, per il trasporto pubblico, per l’ambiente, perfino per una pista ciclabile che ancora non collega Rezzato a Brescia. Vale soprattutto quando Brescia e i comuni vicini combattono insieme contro la discarica Castella mentre è un altro ente pubblico ad autorizzarla.

«È normale?», domanda il sindaco. Paolo Apostoli racconta la stessa questione da un’altra prospettiva. Botticino, dice, deve evitare di diventare «il dormitorio della città». I confini amministrativi esistono, quelli vissuti molto meno. Farmacie, medici, autobus, scuole, commercio di prossimità seguono ormai i movimenti quotidiani delle persone. Conservare un’identità, allora, non significa chiudersi nel proprio campanile, ma farne «un elemento caratterizzante», non divisivo.

«Solitudine amministrativa»

Elena Carnevali allarga ulteriormente il campo. Bergamo conosce gli stessi problemi: una città che cresce, un hinterland ormai indistinguibile, servizi che travalicano i municipi. Ma se la mobilità, il clima e l’economia funzionano su scala metropolitana, osserva, non possono essere affidati soltanto alla disponibilità dei singoli amministratori. «Io posso ridurre le emissioni, ma se il Comune accanto non fa nulla diventa complicato». Serve, dice, «uno strumento amministrativo più cogente».

Laura Castelletti traduce tutto questo in una definizione che suona quasi come un’ammissione: «solitudine amministrativa». I sindaci collaborano perché devono farlo, non perché qualcuno abbia costruito gli strumenti per renderlo naturale. Così Brescia prova a cucire da sola quello che le istituzioni continuano a tenere separato: Agenda urbana, Piano aria e clima, Giunta dei sindaci, Pgt condiviso con i comuni confinanti, tram, metropolitana, parchi sovracomunali. «Il confine non è la costruzione di muraglie», sintetizza.

La casa

Poi arriva il tema della casa e attenzione ed enfasi aumentano. Carrellata di partenza: affitti che sfiorano i mille euro, giovani che restano sempre più a lungo nelle case dei genitori, patrimonio pubblico insufficiente, stipendi inchiodati. Per tutti e quattro gli amministratori il problema non è soltanto abitativo: è demografico, economico, perfino produttivo.

Il bersaglio diventa inevitabilmente il Piano casa annunciato dal governo Meloni. Carnevali fa i conti: «Dieci miliardi in dieci anni? Un miliardo all’anno: di che cosa stiamo parlando?». Castelletti traduce quelle cifre nella realtà bresciana: «Forse una casa al mese» in una città che cresce di circa mille abitanti ogni anno. Reboldi osserva che, finiti gli oneri di urbanizzazione, i comuni rischiano perfino di non sapere più come chiudere i bilanci. Apostoli fotografa una generazione costretta a rinviare autonomia, famiglia e figli perché una casa è diventata un lusso.

Alla fine, il messaggio politico della serata non riguarda una singola opera pubblica, né una polemica di giornata. Il Pd bresciano sembra provare a costruire il proprio racconto attorno a un’idea diversa: governare non significa più amministrare il proprio Comune, ma un sistema urbano che la legge continua ostinatamente a fingere che non esista. Il tendone applaude. Ma, più delle parole, resta l’impressione che la discussione sia già un pezzo di programma.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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