In Svizzera con il braccialetto: in cella la moglie dell’ex consigliere

L’accusa ha chiesto il loro rinvio a giudizio. La difesa il loro proscioglimento. Il giudice si è riservato. Il destino processuale di Balwinder Singh, l’ex consigliere comunale eletto nella lista civica Fabio Rolfi Sindaco (poi divenuta Brescia Civica) finito a processo con l’accusa di maltrattamenti ai danni delle due figlie, quello di sua moglie Baljeet Kaur, accusata con lui in concorso, e di loro figlio Lovepreet si conoscerà solo a marzo.
In attesa della decisione del gup, la notizia è un’altra. E riguarda l’arresto, compiuto dagli uomini della Squadra Mobile della Questura non più tardi di due giorni fa, della moglie di Singh. La donna - obbligata ad indossare il braccialetto elettronico proprio come il marito, e a starsene a distanza almeno di 500 metri dalle ragazze alle quali, secondo l’accusa, aveva negato le più basilari libertà - è finita in carcere a Verziano per aver marcato più volte visita e per essere stata pizzicata oltre confine.
Gli sviluppi
Ad accorgersi dell’assenza della 48enne mamma delle due persone offese sono stati i poliziotti che, subito dopo San Faustino, l’hanno cercato per notificarle la fissazione dell’udienza preliminare. La signora Kaur non ha mai risposto. Il figlio ha detto che non sapeva dove si trovasse, mentre il marito, dopo qualche insistenza, ha sollevato la cornetta per dire che la moglie si trovava a Como e che in serata l’avrebbe accompagnata in Questura.
In Questura Singh e Kaur però quella sera, la sera del 17 febbraio, non si presentano proprio. Le ricerche degli inquirenti così si fanno ancora più pressanti. La mattina del 19, risultate vane altre chiamate, gli uomini della Mobile attivano il gps e scoprono che la signora è un po’ più in là di Como, si trova in Svizzera. La tensione e l’attenzione si alzano. L’informazione rimbalza in Procura e dalla Procura all’ufficio Gip. Nel frattempo, il 20 il cellulare di Kaur ricompare in città, aggancia la cella vicino a casa. Gli agenti si precipitano da lei, ma non la trovano. A questo punto scatta un provvedimento di aggravamento della misura. Eluso il «controllo» del braccialetto elettronico, per il pm Marica Brucci e il giudice Gaia Sorrentino, non c’è alternativa al carcere. Quest’ultima prepara in tempi celerissimi un’ordinanza ad hoc che gli agenti della Mobile sono riusciti ad eseguire solo giovedì.
Ma cosa ha spinto la signora Singh a violare le prescrizione imposte dal braccialetto per andare in Svizzera? È domanda alla quale gli investigatori stanno cercando di dare una risposta. Per farlo stanno scandagliando gli ultimi mesi della coppia. In particolare stanno valutando le operazioni immobiliari compiute dall’ex consigliere comunale nell’ultimo periodo. Vogliono capire perché abbia venduto alcuni immobili e dove sia quanto realizzato.
In aula
Balwinder Singh, sua moglie e suo figlio, torneranno in aula il 6 marzo. Le accuse mosse nei loro confronti dalle figlie, una delle quali minorenne all’epoca dei fatti, sono pesantissime. Le ragazze, che si sono costituite parte civile con gli avvocati Luigistelio Becheri e Germana Giacobbe, agli inquirenti ricostruirono un clima pesantissimo, segnato da violenze fisiche, umiliazioni e controllo totale.
Secondo l’accusa, i due genitori avrebbero ostacolato in ogni modo il desiderio delle figlie di adottare uno stile di vita «occidentale», ricorrendo a percosse, insulti, limitazioni della libertà e divieti di frequentare coetanei italiani. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, Singh e la moglie avevano ridotto al minimo il guardaroba delle ragazze, le costringevano spesso a lavarsi con l’acqua fredda, le mandavano a scuola senza merenda, impedivano loro di depilarsi ascelle e baffetti, ma arrivavano anche ad infliggere loro vere e proprie punizioni fisiche e minacce, anche con l’uso di bastoni. Per l’accusa l’ex consigliere comunale e la moglie volevano combinare le nozze delle loro figlie con uomini indiani. Di fronte al rifiuto della più grande, Balwinder Singh sarebbe arrivato al punto di minacciarle la fine fatta da Saman, la ragazza di Reggio Emilia uccisa dai parenti per aver rifiutato un matrimonio combinato.
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