La pasticceria italiana è un perfetto esempio di come tradizione e innovazione possano convivere armoniosamente. Con ingredienti locali, si possono sperimentare anche nuove ricette, mantenendo il legame forte con le nostre radici. Scegliere prodotti identitari del territorio non è solo una questione di qualità e gusto, ma rappresenta un atto di amore verso la nostra terra e le nostre tradizioni. Tra cannoncini, paste frolle, meringhe e bignè si può riconoscere l’autentica tradizione bresciana della piccola pasticceria di via Carmine 49; quella che si distingue dal profumo intenso delle creme che ci ricordano un po’ l’infanzia lontana; quella che trae il suo successo dalla qualità piuttosto che dalle mode.
La storia
E lo fa da quasi un cent’anni. La rilevò, infatti, nel 1964 Franco Bresciani, diventato vera star dei dolci (da lui, scomparso da qualche mese, ha ereditato il cognome che resiste ancor oggi); esisteva già da moltissimo tempo ed era meta dei notabili che entravano nel vecchio quartiere del Carmine, proprio dove erano i lavatoi pubblici sotto la pensilina, per comprare le paste la domenica.
La titolare Sara Gandini, arrivata nel 1990 dalle cucine di una clinica, si appresta a cedere il comando della nutrita squadra di specialisti (ben sette in tutto) al giovanissimo Marcello Guerreschi che ama riscoprire la mattina all’alba i profumi di mandorla dei pasticcini da the e delle confetture di frutta che pervadono la vetrina di via Carmine. Assume il comando e continua la secolare tradizione bresciana con al suo fianco Sara che, emozionatissima, saluta con il cuore colmo già di nostalgia tutti clienti che hanno fatto della pasticceria un appuntamento fisso per le domeniche e le festa familiari.
I dolci
Le ricette della pasticceria sono quelle storiche. Su tutte brillano le meringate e i famosi cannoncini alla crema o allo zabaglione. La pasticceria è uno scrigno vero e proprio, dove il via vai è intenso e dove alle pareti sono incorniciati i ringraziamenti speciali lasciati da clienti «innamorati». Mi piace ricordare, e leggere quando sono in attesa, quanto inviò nel 1899 vergato con penna e calamaio, il nipote di un pasticciere milanese, il ringraziamento, scritto e autografato da Giuseppe Verdi, che ringraziava il nonno per il dolce «Nabucco». «Questa creazione mangiabile - scrisse nel biglietto Verdi - è migliore di quella cantabile».



