Arrivano quando le campane di Sant’Alessandro suonano il mezzogiorno. Il martedì e il giovedì sanno che oltre al pasto, qui trovano «un posto dove si sentono meno soli», dove «possono parlare con altre persone» e avere relazioni sociali, di amicizia, grazie alle quali arrivano «a sentirsi quasi come in famiglia». Nelle stanze messe a disposizione dal parroco don Manenti negli spazi dell’oratorio, al centro diurno «A levar l’ancora» in via Moretto 75, trovano Alessia Pizzocolo, Andrea Bui e Andrea Cucchini di Cooperativa di Bessimo e Comunità Fraternità, che oltre a sedersi a tavola con loro, si occupano dei numerosi laboratori (musicoterapia, teatro, scrittura e anche cucina) dedicati alle persone in detenzione esterna.
Ponte
Il centro fa da «ponte» tra il carcere e la vita al di fuori di Canton Mombello o Verziano per le persone segnalate dall’Uepe, o anche dal Sert. «Siamo una sorta di accompagnamento concreto nel ritorno in società per chi qui fa un lavoro su di sé molto profondo e importante, alla pari di un’attività come la cura del verde o l’assemblaggio di pezzi – spiegano gli educatori –. Un lavoro che li facilita nelle relazioni con gli altri».
È stato proprio durante il laboratorio di scrittura del Centro che è stato preparato il bellissimo podcast «(S)oggetti smarriti», in cui gli «ex detenuti» hanno descritto il carcere facendo parlare gli oggetti di uso comune all’interno del penitenziario, dando un’anima e non solo la voce a cancelli, brandine, specchi, lamette, piccioni. I testi del podcast sono stati scritti da una quindicina di persone, e ben descrivono l’ambiente opprimente del carcere, dove le lenzuola sono «piene di pulci e zecche», in cui a un piccione «vengono affidati pensieri di libertà», e una lametta «che vive nascosta, dà voce alla rabbia e alla disperazione».
Amicizia
Un podcast che è stato possibile ascoltare durante il Mandela Day in piazza Rovetta. «Qui mi trovo bene – racconta Sergio, il primo a essere arrivato al centro –. C’è amicizia ed è l’unico posto in cui ho relazioni con altre persone, perché ho tagliato i ponti con il passato. Mi piace molto il rapporto con gli studenti che vengono qui». Nell’ottica di «abbattere i muri del carcere» infatti, il centro vuole aprirsi il più possibile alla cittadinanza – spiegano gli educatori –, e sono state molto importanti le esperienze con i ragazzi e le ragazze del Luzzago, del liceo Brera ma anche del Canossa Campus.
Con il laboratorio di musicoterapia «in contesti in cui si ha a che fare con le fragilità - aggiunge Andrea Bui -, la musica facilita l’espressione di sé nell’attraversare il dolore».
«Da quando abbiamo aperto – continua la coordinatrice, Alessia Pizzocolo – nel novembre del 2023, saranno passati in un centinaio. Trovano una dimensione quasi familiare e distesa, e apprezzano molto la convivialità che si crea attorno al tavolo quando pranziamo insieme. Con anche un discorso di recupero del cibo grazie a Cauto e Banco Alimentare. Ma li aiutiamo anche a cercare un lavoro, li accompagniamo nel loro percorso di risocializzazione». Certo, servirebbe più sinergia «tra il carcere, il territorio, il nostro servizio e l’Uepe – aggiunge Andrea Cucchini –, manca invece la visione del percorso che ha portato le persone in carcere, mancano le politiche sociali per creare gli anticorpi affinché i numeri dei detenuti siano più bassi».
Sogno
Al centro si affrontano anche tutte le difficoltà e le complessità della vita fuori dal carcere. «Qui la base di tutto è l’amicizia – precisa Gianni, l’ultimo arrivato –. Fuori conosco tanta gente ma di amici non ne ho. Due anni fa ho fatto un trasloco in autobus senza l’aiuto di nessuno». «Quando sono arrivato qui – continua Fiorenzo – mi sono sentito subito a casa. Lavoro come giardiniere ma il martedì e il giovedì vengo sempre qui». «Ci rimane un sogno – conclude Andrea Cucchini – avere un posto nostro, una sorta di polo in cui riunire i servizi legati alla detenzione».



