Adriano e Marco Aurelio, Dostoevskij e Vitruvio, Lorenzo il Magnifico e Rousseau. Nell’oretta di chiacchierata che, sulla prua della Nave Puglia, ha preceduto la consegna ufficiale del 17esimo Premio del Vittoriale, Brunello Cuccinelli ha attinto a piene mani a un repertorio di citazioni degno di un Bignami. Le ha usate per raccontare della sua «vita da bar», della dignità operaia, del «secolo d’oro» che ci apprestiamo a vivere e dell’«intelligenza dell’anima». Ha farcito ricordi di infanzia con aneddoti non troppo ortodossi ma spiritosi (a D’Annunzio sarebbero sicuramente piaciuti), ha espresso la sua visione del futuro cimentandosi in ragionamenti iperuranici, non sempre lineari, ma indubbiamente di grande effetto.
La serata
È così che il «re del cachemire» ha tenuto banco ieri sera nel parco del Vate, sollecitato dal presidente del Vittoriale Giordano Bruno Guerri a ripercorrere la sua vita e la sua carriera. Sul palco erano presenti anche i consiglieri di amministrazione Roberto Saccone, presidente della Camera di Commercio di Brescia, Ugo Soragni, ex direttore generale Musei del Ministero della Cultura, e Adelio Zeni, sindaco di Gardone Riviera, mentre tra il pubblico l’assessora regionale al Turismo, moda e marketing territoriale Debora Massari.
Prima dell’incontro pubblico, Cuccinelli è stato accompagnato da Guerri in un tour privato della Prioria e dell’Auditorium, e ne è rimasto ammaliato: «D’Annunzio era un creatore di bellezze e di stile – commenta -, un genio vero, un essere umano che stimava la cultura altrui. Sono convinto che un’opera come questa (la casa museo, ndr) poteva compierla solo un italiano, perché la bellezza fa parte della nostra cultura e della nostra eredità».

La sua storia
«Io vengo dalla cultura del bar – prosegue l’imprenditore, aprendo finestre random sulla sua infanzia e adolescenza –: fino ai miei 14 anni il mio babbo faceva il contadino. A 15 anni ci siamo trasferiti vicino alla città, e lì ho vissuto dieci anni al bar del paese: in tre anni di Ingegneria ho dato solo un esame. Il bar è stata la mia università della vita, perché discutevamo di donne, di politica e di economia. Oggi questo si è un po’ perso».
Al ricordo della vita in campagna, senza luce ma con le stelle, si unisce l’amarezza per un mondo che oggi non ha più tempo da dedicare agli affetti: «E smettetela con queste e-mail a mezzanotte! Possiamo tornare a rispettarci? A sorridere, scherzare, gioire, essere meno duri e saccenti? Perché sappiatelo, per i nostri giovani questo è un secolo d’oro: abbiamo insegnato loro ad avere paura, e invece dobbiamo sostituire la paura con la speranza, dobbiamo tornare a vivere secondo natura. Non c’è bisogno di studiare troppo, perché c’è un’intelligenza da studio e una dell’anima. E dovremmo dedicare più tempo a quest’ultima. Noi in azienda abbiamo fatto un progetto quinquennale sull’anima: lavoriamo a gruppi, per aiutarci a individuare chi è stanco, chi ha bisogno di una coccola. Basta poco per cambiare l’umore delle persone».
Ricorda, infine, le parole di suo padre, quando gli disse: «Papà, mi metto a fare i pullover di cachemire. Lui era un operaio, non sapeva né cosa fossero i pullover, né cosa fosse il cachemire, ma mi disse semplicemente: fai tu, che Dio t’aiuti. Dopo i primi 53 capi venduti mi sentivo grande come oggi. Volevo che Solomeo fosse grano, olio, vino e cachemire». Proprio nel suo piccolo borgo umbro, nel 2024, l’imprenditore aveva accolto gli equipaggi della Mille Miglia per un pranzo in gara. «Fu una grande celebrazione del Made in Italy – assicura –, l’unione di due eccellenze».


