A Brescia piantati oltre 48mila alberi e arbusti

Lo studio di Eth di Zurigo e Cnr conferma la scelta della Loggia: latifoglie per mitigare i cambiamenti climatici
Piante lungo la tangenziale - © www.giornaledibrescia.it
Piante lungo la tangenziale - © www.giornaledibrescia.it
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Negli anni Cinquanta e Sessanta andava di moda il Pino marittimo – che poi sfondava marciapiedi e muri –, negli anni Ottanta toccò al Celsis e, poi, agli olivi secolari arrivati dalla Puglia pesantemente potati. Anche i giardini hanno le loro «tendenze» ma, al di là dei gusti più o meno discutibili, a causa dei cambiamenti climatici, tra temperature più alte e periodi di siccità o piogge intense, bisogna cominciare a cambiare visione.

La ricerca

Qual è la nostra bussola? A fornirci qualche elemento è uno studio guidato dall’Eth di Zurigo con il Cnr-Isafom di Perugia che mostra come l’effetto delle foreste dipenda anche dal tipo di specie arboree; la ricerca è rilevante perché rende più efficace la gestione forestale in tutti i contesti nei quali si piantano alberi, dal rimboschimento ai boschi urbani. Tutte le specie vegetali assorbono CO2 dall’atmosfera, ma non tutte sono ugualmente efficienti se si parla dell’effetto sulla temperatura e il microclima locale.

A impattare sulla temperatura sono il colore (alberi più chiari riflettono le radiazioni solari, quindi scaldano meno; i più scuri assorbono senza riflettere e scaldano di più), evaporazione (capacità di trasferire in atmosfera l’acqua) e l’adattamento al cambiamento climatico. Le foreste di conifere, avendo una chioma più scura, assorbono una quantità di energia solare maggiore rispetto a quelle di latifoglie (faggio o quercia). La temperatura varia, a luglio, fino a 0,6 gradi.

Le latifoglie evapotraspirano di più e intercettano più pioggia e, quindi, rinfrescano maggiormente. L’abete rosso (piantato sulle Alpi massivamente nel XIX secolo e negli ultimi anni attaccato dal bostrico) è il più «caldo», mentre il faggio il più «fresco». Non solo: le latifoglie, si legge nella ricerca, sarebbero anche più resilienti al cambiamento climatico. Ma nelle città, che negli ultimi anni stanno realizzando boschi urbani e zone di mitigazione, si sta ragionando sulle specie più adatte?

In città

«Brescia è una città verde» dice l’assessora all’Ambiente Camilla Bianchi che a supporto di questa affermazione porta i dati: «La città ha 880mila metri quadrati di boschi che ospitano circa 100mila piante». E aggiunge che lungo viali e strade ci sono 19.584 alberi (censiti, identificati con un codice e con i trattamenti e perizie effettuati), 50.458 alberi in parchi e giardini e 48.200 nei 27 ettari delle aree di forestazione urbana, 20.530 dei quali alberi, il resto sono arbusti.

Sono tre le aree d’intervento della Loggia che ogni anno spende 6 milioni di euro per la manutenzione del verde: strade, parchi e, appunto, aree di rimboschimento e mitigazione. Per ogni area sono previsti interventi (e piante) diversi.

«Negli ultimi anni l’attenzione del Comune si è concentrata sul "Piano del verde e della biodiversità", strumento che definisce la strategia di lungo termine sul verde» spiega Graziano Lazzaroni, dirigente del Verde urbano. Si punta, in primis, su manutenzione, sostituzione, se necessario, in funzione del cambiamento climatico e la creazione di grandi aree di forestazione: «L’intervento emblematico è il parco delle Cave – dice –. Nell’attuale consiliatura, a San Polo, abbiamo riconvertito 7 ettari di aree marginali e altri 3 tra via Abbiati, via Malga Bala e San Bartolomeo. A queste aree si è aggiunta, con la collaborazione della Provincia, l’operazione della fascia di mitigazione della tangenziale da 17 ettari, qui soprattutto con la finalità di trattenere le polveri». Tutte piantumate con latifoglie (bagolaro, roverella, faggi, tigli) e arbusti autoctoni: «Sono state messe a dimora piante forestali, di 1-2 anni, 1.500-1.800 piante per ettaro sapendo che il 20% è destinata a morire. Acceleriamo quel che fa la natura e le mettiamo in competizione per affrancarsi meglio».

E, si è visto, che mantenere l’erba a 20-30 centimetri favorisce l’attecchimento. Diverso approccio quando si parla di strade e parchi, di interventi per mitigare isole di calore o per aumentare l’assorbimento dell’acqua piovana: qui le piante, ben più grandi, anche di 6-7 anni, devono sopravvivere e vanno scelte in maniera differente (non si può mettere un Celtis lungo le strade, ma nei parchi sì e lungo le strade non è necessario che l’essenza sia autoctona).

«Per la forestazione dobbiamo creare boschi autonomi che durino a lungo – dice Lazzaroni – e quindi ci vogliono essenze caratteristiche dei nostri ambienti. Altrove c’è anche un tema di arredo urbano che non va ad incidere sulla natura».

E, visto che siamo a metà mandato, è d’obbligo una domanda sugli obiettivi per i prossimi 2 anni e mezzo dell’assessora: «Siamo una delle poche città che spende così tanto in cura, quindi – dice Bianchi –, la sfida è il mantenimento alla luce dei cambiamenti climatici, che hanno un impatto importante, e la realizzazione del Piano del verde con azioni come 100 piante per ogni quartiere, combattere le isole di calore, il parco di via Odorici è strategico per il centro, il Colle Cidneo, per il quale c’è un progetto speciale e qualificante, e stiamo lavorando per un unico Parco di cintura che unisca di due Pils, i Parchi di interesse sovracomunale».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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