Incidenti mortali, il presidente di Asaps: «Velocità e sfida i nemici»

Il demone della velocità. La tentazione della sfida. La vanagloria di uno, due, cento like. Per Giordano Biserni, presidente di Asaps (Associazione sostenitori e amici della Polizia stradala), concorre tutto nel bollettino di guerra che ogni anno le strade italiane affidano alle cronache, alle vedove, agli orfani.
Anche quest’estate a pagare il tributo più alto sono i motociclisti. Possibile che non si riesca ad invertire la tendenza?
«Possibile sì. In commercio ci sono bolidi pronti per il Mugello e Misano. Moto affidate non a piloti, ma a persone comuni, in grado di arrivare a 130 all’ora in prima marcia. La velocità è una tentazione fortissima, ma è pure fatale».
Ma è tutta colpa dei motociclisti?
«No e non voglio generalizzare. Spesso la colpa è di altri utenti della strada, ma morire con la ragione non consola. La velocità se non è la causa è una concausa degli incidenti. E poi c’è sempre quel 36, 37% che fa tutto da sé».
La condizione delle strade, l’illuminazione, la segnaletica. In Italia non sono a misura di due ruote. Quanto pesano sul bilancio degli incidenti?
«Sicuramente molto. Sappiamo che nel nostro Paese le condizioni stradali non sono ottimali e che servirebbe un deciso investimento per migliorarle. Ma anche questa non può essere una scusa. Finché la situazione è questa è l’utente della strada a doversi adeguare. Ne va della vita».

E non solo di quella. Si parla sempre di decessi. Spesso si trascura il dato relativo agli infortuni. Quanti sono?
«Troppi. E pesantissimi. Ci sono un sacco di persone che restano invalide, inabili al lavoro, se non addirittura allo stato vegetale. Un costo morale pesantissimo. Un costo sociale insopportabile».
In provincia di Brescia, quest’estate, sono morti tre ragazzini. Sedicenni. In sella alla moto. Cosa dire ai motociclisti più giovani? Vale anche per loro il discorso della velocità?
«Certo che vale, ma pesa anche il tema dell’esperienza. A 16 anni se ne ha sicuramente meno. E magari anche un pizzico di spavalderia in più. Alla motocicletta bisogna dare del lei sempre. A maggior ragione se la si conosce da poco. La tentazione della sfida, dell’esibizione, lasciamola a chi va in pista».
Sui social è pieno di video di «imprese» filmate da ritiro della patente. Che bisogno avevamo anche del palcoscenico virtuale?
«Sono tanti quelli che filmano e postano le loro evoluzioni sui social il tutto per un like. Correndo un rischio che davvero non ha senso. Oltre al demone della velocità e quello della sfida, che da sempre si associano ai motori, adesso sul bilancio delle vittime pesa anche l’esibizionismo. Un non senso. Come a mio avviso non hanno senso le parate di due ruote alle quali sempre più spesso si assiste in occasioni dei funerali dei motociclisti. Con gli amici che accompagnano il feretro a suo di sgasate. C’è poco da sgasare. Ci sono orfani e vedove che piangono. Mi paiono celebrazioni inopportune».
Cosa fare per invertire la tendenza?
«Serve il concorso di tutti. Degli utenti della strada anzitutto, che devono volersi bene. Ma anche delle istituzioni. Servono strade più sicure. Serve maggiore formazione e sensibilizzazione, se ne fa sempre troppo poca e sono sempre affidate a pochi volontari. E poi serve anche l’intervento dei costruttori. Dalle fabbriche escono bolidi in grado di fare da zero a cento in un batter d’occhio, che superano i 300 all’ora di velocità. I morti e gli infortunati in sella non fanno bene a nessuno, ma nemmeno a chi le moto le produce. Anche loro ci perdono. Ci perdono chi le compra».
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