Sul Garda è allarme bracconaggio ittico, il Wwf: «Chi vede, denunci»

Il bracconaggio ittico è un problema strutturale, non un episodio isolato. A pochi giorni dalla denuncia pubblica del consigliere comunale di Desenzano Andrea Spiller, che ha condiviso un video girato da alcuni pescatori sportivi nei pressi del porto Nautigarda, tra Sirmione e Peschiera, a intervenire è il Wwf Bergamo-Brescia.
La denuncia
L’associazione ambientalista lancia l’allarme: non si tratta solo di attività clandestine, ma spesso anche di soggetti muniti di regolare licenza di pesca professionale che, però, violano le regole del settore. A confermarlo è Paolo Zanollo, figura di riferimento del Wwf per il territorio lacustre, che invita a non banalizzare il tema e ad affrontarlo con strumenti concreti.
«Le segnalazioni e le sanzioni documentate ci dicono che sul Garda la gran parte delle violazioni non sono compiute da bracconieri improvvisati, ma da pescatori professionisti che, pur avendo una licenza, si muovono fuori da ogni regola – spiega Zanollo –. Questo rende il fenomeno ancora più difficile da intercettare». Proprio il caso documentato nel video diffuso da Spiller sarebbe riconducibile a soggetti con licenza attiva. Per questo, aggiunge, serve un coordinamento interregionale più efficace.
Assenza di segnalazioni tempestive
Il problema, tuttavia, non è solo nei controlli: è anche nell’assenza di segnalazioni tempestive. «Tutti sanno che basta una telefonata al 112 per attivare l’intervento delle forze dell’ordine – dice Zanollo –. Nei porti può intervenire la Guardia Costiera, che ha risorse e mezzi adeguati. In altri contesti possono muoversi i Carabinieri, che poi passano il caso alla Polizia Provinciale». Il punto, secondo il Wwf, è che spesso non si chiama nessuno. Per sfiducia. Un paradosso, se si considera che gli avvistamenti sono tutt’altro che rari.
«Sono quasi sempre i pescatori sportivi a scoprire queste attività, ma invece di segnalare, filmano e girano i video nei gruppi WhatsApp. E tutto si ferma lì», denuncia Zanollo. Un atteggiamento comprensibile, forse, ma che contribuisce a mantenere lo status quo. Anche perché, aggiunge, le istituzioni preposte sono sotto organico: «La Polizia Provinciale ha un numero ridottissimo di agenti. Quelli esperti stanno andando in pensione e non ci sono nuovi arruolati con competenze in materia di pesca. Così si moltiplicano i vuoti di vigilanza». Intanto, i danni si accumulano.

L’appello
Il bracconaggio avviene spesso nei momenti più delicati per l’ecosistema, come il periodo della riproduzione. Le carpe, ad esempio, si rifugiano nei porti per deporre le uova e lì finiscono nelle reti. A peggiorare il quadro ci sono le decine, se non centinaia, di reti abbandonate sui fondali: un pericolo ambientale aggiuntivo, che uccide i pesci per intrappolamento e altera l’equilibrio della fauna ittica.
Le cosiddette «reti fantasma» non solo continuano a pescare passivamente per mesi, ma diventano vere e proprie trappole anche per altre specie acquatiche, compromettendo habitat già fragili. Inoltre, queste attrezzature perdute rappresentano una minaccia anche per i subacquei e i pescatori, aumentando il rischio di incidenti.
La denuncia del Wwf è anche un appello: «Serve più cultura, più educazione e più partecipazione. Nessuno può voltarsi dall’altra parte. Se si vede qualcosa, si chiama. Punto». Anche perché, conclude Zanollo, «il bracconaggio non è solo un problema di legalità, ma di sostenibilità. Un danno che pagheremo tutti, sul lungo periodo».
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