Milleduecento chilometri su trentaquattromila totali da coprire in bicicletta. Elia Maccabelli, 22 anni, di Borgosatollo, è partito da casa e punta a raggiungere Sidney, in Australia, pedalando. Ha salutato tutti lo scorso 29 settembre. Si è diplomato al Lunardi. Quando tornerà, vorrebbe studiare Scienze politiche. Crede che raggiungerà la meta del viaggio più o meno nell’aprile del 2028. In parte, il suo percorso segue l’itinerario dell’EuroVelo 6, detta pure Strada dei fiumi, tracciato cicloturistico che inizia in realtà sulla costa atlantica della Francia e porta fino al Mar Nero, in Romania. Non sarà un viaggio senza soste.
Nei suoi piani c’è, ad esempio, quello di fermarsi un mesetto in Georgia, nel corso dell’inverno che verrà, per lavorare in un ostello. Questa sarà la sua più grande impresa fin qui, ma non è l’unica. Nel 2025 era stato via circa 200 giorni: Marocco andata e ritorno, sempre in bici. Nel deserto del Sahara aveva vissuto con una famiglia di Berberi. Allungando la strada del ritorno, aveva lavorato come barman alle Azzorre, isole portoghesi nell’Atlantico. Al momento della chiacchierata telefonica, Maccabelli è in Serbia. Si è concesso una piccola pausa di tre giorni a Belgrado. Un po’ di domande, in ordine abbastanza sparso.

Prima di tutto, quali sono le prossime tappe?
«Raggiungerò l’Armenia. Ho un dubbio circa la possibilità di ottenere il visto per l’Iran e ci sono due opzioni. Se ricevo il documento proseguo poi per l’Afghanistan e quindi per gli stati dell’Asia centrale. Altrimenti devio verso la Russia. Quindi Kazakistan, Uzbekistan, Cina, Mongolia...».
Prima quel giro fino al Marocco, adesso l’Australia: viene da pensare che lei fosse già un provetto ciclista. È così?
Prima di queste esperienze non ero mai realmente andato in bici in vita mia. Poi avevo in mente di passare questo periodo con i berberi in Marocco e mi sono detto: perché non andarci in bicicletta. L’ho fatto, e da lì è iniziato tutto.
Questi viaggi hanno di sicuro anche un costo: ha degli sponsor?
No, ma il viaggio verso Sidney ha la partnership di Open Arms, organizzazione non governativa attiva dal 2015 nel salvataggio di persone in difficoltà nel mare e, più in generale, nelle emergenze umanitarie. Vivo con 20-30 euro al giorno. Mi servono per il cibo, i campeggi, gli ostelli. Più avanti vado e più i costi potrebbero abbassarsi fino ai 10 euro al giorno. Mi finanzio con le entrate del mio appartamento a Borgosatollo, che ho messo in affitto.
Il viaggio compiuto fin qui che rotta ha seguito?
Ho raggiunto il Friuli, ho incontrato le Alpi. Poi Lubiana, Zagabria, in Croazia, e la Serbia.
E l’attrezzatura?
Ho una bicicletta Gravel Monster della Decathlon. Mi porto dietro cinquanta chili, tra la bici stessa e il bagaglio. Porto con me una tenda adatta a spedizioni alpinistiche. Ho vestiti per tutte le stagioni. Quelli invernali mi riparano da temperature fino ai -15 o -20 gradi.

Non ha paura?
Ce l’ho, eccome. Mi spaventano i rischi del campeggio libero, le condizioni delle strade sterrate, il freddo. La lista è lunga.
Allora perché lo fa? Non è solo sport. Anzi, forse lo è solo marginalmente. È sensibilizzazione verso Open Arms (nel 2018 anche il celebre cestista spagnolo Marc Gasol prese parte a una missione di salvataggio nelle acque del Mediterraneo organizzata dall’ong iberica). E poi?
È una prova con la quale mi misuro con la solitudine. L’ho già sperimentata nel primo viaggio che ho compiuto, quello verso il Marocco. Per come sono fatto, anche nella vita di tutti i giorni ho bisogno di solitudine. Insieme al silenzio, è un ottimo carburante per processare le cose, belle o brutte che siano. Fa paura, può portare a crisi, ma diventa anche un tesoro. Una risorsa dal valore unico e trasformativo.




