Per ora è tornato libero, la misura cautelare in carcere nei suoi confronti è scaduta. Ma la questione che lo riguarda, quella di una estradizione chiesta dalla Turchia, è ancora aperta e entro la fine della prossima settimana l’avvocato che lo segue dovrà presentare tutta la documentazione per arrivare ad una decisione di merito definitiva. Lui, fin dall’udienza di convalida, ha chiesto protezione internazionale, spiegando di essere un perseguitato politico e, a suo dire, a rischio della vita se fosse consegnato alle autorità del paese di cui risulta cittadino.
Una situazione che non è per nulla inverosimile dato che, come l’uomo ha cercato di dimostrare al tribunale con documenti e testimonianze, si tratta di un avvocato curdo impegnato al fianco di associazioni che tutelano i diritti umani. «Come uomo di legge, come avvocato, come attivista e come avvocato volontario per i diritti umani, mi vergogno di essere stato costretto a comparire davanti a voi con un’accusa del genere, – ha detto in aula, assistito dall’avvocato Giulia Danesi – si tratta di una decisione totalmente politica». «Per il fatto di non aver accettato le proposte di collaborazione e di rivelare informazione, per essermi impegnato attivamente come avvocato nei casi in cui venivano violati i diritti umani, per aver difeso parlamentari e politici curdi arrestati, ho subito violenze fisiche e psicologiche, sono stato minacciato di morte e, alla fine, sono stato condannato a 15 anni di carcere».
A Brescia
La vicenda è arrivata a Brescia il 30 agosto quando Sedat Buldan, cittadino turco di 43 anni, è stato arrestato in un albergo di Sirmione. Quando la struttura ricettiva, come previsto dalla legge, ha inserito il suo nominativo nel portale «alloggiati» la Polizia ha ricevuto la comunicazione che su di lui pendeva una richiesta di arresto finalizzata all’estradizione, legata ad una condanna per droga. E gli agenti lo hanno prelevato e trasferito in carcere.
L’arresto è stato convalidato e, come prescrive la convenzione in tema di estradizione, il Paese che ha chiesto la consegna del detenuto ha 40 giorni di tempo per far pervenire la documentazione che attesti la necessità del provvedimento, in particolare la copia conforme e tradotta della sentenza di condanna. Il termine, fissato quindi per il 9 ottobre, è scaduto senza che la Turchia ottemperasse pienamente: il primo ottobre, tramite Interpol, ha inviato, rileva la corte di Appello di Brescia, «unicamente la richiesta di estradizione, in cui sono riassunti i fatti e le circostanze che hanno portato alla condanna, senza, tuttavia, allegare anche la sentenza».
Per questo «la misura in corso ha perso la sua efficacia alla suddetta data, a causa della mancanza della documentazione a sostegno della richiesta estradizionale», anche se, come precisa la stessa Corte «Va da sé che le vicende afferenti alla misura cautelare non hanno alcuna incidenza e influenza sulla sorte della procedura estradizionale, che comunque proseguirà il suo corso».
La difesa.
Già quando era stato sentito però Sedat Buldan aveva fatto presente la sua posizione: «Non ho commesso alcun reato legato alla droga. In quel periodo guadagnavo già abbastanza denaro esercitando la professione di avvocato; per tutta la mia vita sono stato contrario alle droghe. Figuriamoci se avrei rischiato la professione che avevo conquistato con fatica, con le unghie e con i denti, coinvolgendomi in un reato così grave e vergognoso. Non l’ho mai neppure pensato».
La vicenda riguardava un trasporto di droga e verteva sulle testimonianze di persone coinvolte, che sono state vagliate dal giudice e «in primo grado sono stato assolto. Poi, «su opposizione del pubblico ministero, la decisione della Corte di Cassazione, che è un tribunale superiore, è stata annullata a mio sfavore. E ciò nonostante la Corte di Cassazione avesse affermato: “La decisione di assoluzione è corretta ed è conforme alla legge”».

Secondo Buldan infatti la sua colpa è quella di essere intervenuto perché le responsabilità per l’omicidio di un noto avvocato per i diritti umani fossero insabbiate: «Il mio collega, amico e idolo, difensore dei diritti umani è stato ucciso. Per evitare che, come altri omicidi avvenuti in precedenza, anche questo rimanesse irrisolto, ho partecipato a proteste, azioni e ho assunto un ruolo attivo affinché i responsabili fossero trovati e processati».
Ma anche dopo «Nelle regioni della Turchia orientale e sudorientale, dove la maggioranza della popolazione è curda, le case, le abitazioni e i luoghi di lavoro di decine di migliaia di cittadini curdi sono stati distrutti e bombardati dalle forze di sicurezza statali. Anche la mia casa e quella dei miei fratelli sono state distrutte; la casa dove avevo trascorso la mia infanzia è stata bombardata e demolita. In quel periodo ho inoltre prestato volontariamente assistenza legale a centinaia di cittadini curdi che erano rimasti vittime di quegli eventi». In quella stessa zona «politici e sindaci curdi sono stati arrestati e io li ho visitati in carcere».
Il sostegno dei familiari
Circostanze che i familiari e gli amici di Sedat Buldan hanno cercato di confermare inviando all’avvocato Danesi a Brescia foto, video e articoli di giornale che riguardano la sua attività come avvocato in difesa dei diritti della popolazione curda. Proprio nel periodo in cui Buldan emergeva come figura di spicco tra gli avvocati impegnati sul fronte dei diritti umani si è svolta anche la vicenda giudiziaria e «mentre era pendente il ricorso sono stato convocato in un ufficio in cui una persona vicina all’intelligence turca mi ha fatto la proposta di fare l’agente informatore. Mi fu detto che, se non avessi accettato, la mia assoluzione pendente davanti alla Corte di Cassazione sarebbe stata annullata e, dopo un nuovo processo, avrei ricevuto una pesante pena detentiva. Io non ho accettato, sarebbe stato tradire tutto quello che per cui ho lavorato. E dopo qualche mese è arrivata questa condanna».
Di questa proposta, come ammette lo stesso Buldan, «non esiste alcune documentazione formale ma vi chiedo di credere alle mie parole soprattutto in relazione a quello che è successo dopo. Come uomo di legge e come avvocato, lascio la valutazione alla vostra stimata corte. Vi chiedo soltanto di non estradarmi in un Paese in cui non sono libero e in cui vivo costantemente con la paura di essere ucciso».




