Attacco in Venezuela, Trump punta al greggio e fa infuriare i dem e i Maga

La lotta al traffico di droga come pretesto per mettere le mani sulle imponenti risorse petrolifere del Venezuela e porre fine al regime di Nicolas Maduro, inviando un segnale chiaro a tutta l'America Latina: chi non sta con gli Stati Uniti è un suo nemico e potrebbe essere nel mirino.
Dietro il blitz ordinato da Donald Trump contro Caracas la battaglia al narcotraffico per proteggere gli americani rappresenta solo un piccola parte della ben più grande motivazione che ha alimentato e spinto l'amministrazione ad agire. Dopo aver negato per mesi, in pubblico e in privato, che l'obiettivo fosse un cambio di regime, Trump è passato all'azione catturando Maduro e chiamando gli Stati Uniti ad amministrare la transizione di un Paese di 30 milioni di persone in quel Sudamerica che Washington vede come il «cortile di casa».
E se qualcuno finora aveva dubbi e non si era lasciato troppo impressionare dalla campagna di massima pressione americana contro il Venezuela, l'operazione Absolute Resolve dovrebbe averli spazzati via, almeno secondo l'amministrazione. Il Venezuela «ci ha rubato il petrolio come si ruba a dei bambini e ha portato avanti uno dei maggiori furti di proprietà americana nella storia del nostro paese», ha spiegato Trump da Mar-a-Lago illustrando il blitz e inquadrando l'operazione in quella dottrina Monroe che dal 1823 rivendica l'influenza statunitense nella regione.
Geopolitica
«Le nostre aziende petrolifere sbarcheranno nel Paese e ricostruiranno l'infrastruttura», ha assicurato il presidente snobbando le resistenze incassate nelle ultime settimane dalle big del greggio americane che, memori delle esperienze del passato, non sembrano intenzionate ad avere nulla a che fare con Caracas. Mettere le mani sul petrolio venezuelano ha per l'amministrazione una grande valenza geopolitica: il Paese è uno dei maggiori fornitori di greggio di Cina, Russia, Iran e Cuba, ovvero alcuni dei maggiori nemici americani.
Controllare i flussi rafforza quindi la posizione americana a livello globale, consentendole di mostrare ancora più i muscoli. Il neoimperialismo di Trump, il presidente pacificatore che aspirava al Nobel per pace, è mascherato da quella lotta alla droga in nome dell'America First. Ma non piace ai democratici e tantomeno il popolo Maga.
Convinta che Trump avrebbe messo fine alle «forever war», la base del presidente è delusa e critica. «Gli americani sono disgustati dalle aggressioni militari senza fine del loro governo», ha tuonato Marjorie Taylor Greene, l'ex alleata di Trump. I democratici ritengono l'azione «illegale». «È imbarazzante passare dall'essere poliziotti del mondo a essere bulli del mondo», ha osservato il senatore democratico Ruben Gallego. «Attaccare unilateralmente una nazione sovrana è un atto di guerra e una violazione del diritto federale e internazionale», ha tuonato Zohran Mamdani, il neosindaco di quella New York dove Maduro è diretto, e paladino dell'onda anti-tycoon.
— Karoline Leavitt (@PressSec) January 3, 2026
In Congresso i mal di pancia sono bipartisan: quasi tutti lamentano apertamente o privatamente la mancanza di informazioni e di qualsiasi tipo di avvertimento sull'operazione. L'amministrazione ha replicato che Trump ha agito sulla base dell'articolo 2 della costituzione che gli conferisce i poteri di commander-in-chief e che gli consente di agire anche senza il via libera del Congresso.
Un'analisi condivisa dai leader della Camera e del Senato, i repubblicani Mike Johnson e John Thune, ma che suscita dubbi bipartisan. I leader di Capitol Hill sono stati informati solo dopo l'operazione e ora chiedono di ricevere informazioni dettagliate al più presto, anche su quelle che ritengono le «bugie» raccontate a deputati e senatori sulle vere intenzioni dell'amministrazione in Venezuela.
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