La brescianità, al pari di ogni altra identità locale, non è una condizione innata, come un oggetto che si possiede da sempre e per sempre. Né un destino immutabile. Perché l’insieme di valori che, al di là degli stereotipi, la definiscono può essere fatto proprio da chi bresciano non è, mentre i nativi non devono darlo per scontato, impegnandosi piuttosto a portarlo avanti. Lo dice il professor Michele Fontefrancesco, associato di Antropologia culturale all’Università Cattolica del Sacro Cuore-sede di Brescia e coordinatore del Gruppo LaRIS Antropologia, che interverrà al XIX LaRIS Day in programma venerdì 16 ottobre in via Trieste 17. Fontefrancesco, da anni al lavoro sui temi dell’identità, offrirà uno «sguardo antropologico sulla brescianità». Viene spontaneo chiedergli qualche anticipazione, mossi dalla curiosità di sapere quali scoperte abbia fatto su di noi un antropologo che peraltro proviene da un’altra regione d’Italia (il Piemonte) e per i suoi studi è stato a contatto con molte popolazioni nel mondo.
Professor Fontefrancesco, che tipo di lavoro ha svolto col suo gruppo di ricerca?
Premetto che l’antropologia si è molto interrogata sull’identità locale. È vero che ognuno di noi si presenta in un certo modo a se stesso e agli altri, anche sulla base di una presunta comunanza con una cerchia ristretta di simili; ma l’identità locale non è qualcosa di intrinseco. Anzi: spesso riproposta come feticcio, erige muri e consolida schieramenti difensivi. Per quanto riguarda in particolare la ricerca che presenteremo (sintesi di molti e variegati percorsi), siamo partiti da una domanda: ha ancora senso, sul piano epistemologico e sociale, parlare di identità bresciana? La prima risposta dell’antropologo sarebbe negativa, eppure non si può sbrigativamente cancellare tutto quello che sta dietro l’affermazione dell’essere bresciani: un senso vissuto, simboli e pratiche materiali condivise. Il primo passo del nostro lavoro, quindi, è consistito nel decostruire la rappresentazione monolitica della brescianità, veicolata dal senso comune, individuandone invece le diverse narrazioni.

Cosa intende per «rappresentazione monolitica della brescianità»?
Il mito autocelebrativo dell’operosità infaticabile, riassunto nell’imperativo dialettare «laurà», la glorificazione della concretezza contro le astrattezze del discorso e l’idea che il lavoro sia l’unico vero metro morale di identità e appartenenza locale.
E cosa avete trovato sotto questa rappresentazione?
Abbiamo trovato una geografia umana frammentata e attraversata da profonde linee di tensione. Esiste per esempio una frattura tra i quartieri della città: la «Brescia bene» non è un’astrazione, ha indirizzi precisi, per esempio sui Ronchi e in viale Venezia. Da qui, quartieri popolari ed ex periferie sono stati ciclicamente classificati come zone malfamate: da Chiesanuova a Casazza, da San Polo al Carmine. Proprio quest’ultimo offre un esempio di rinegoziazione di quell’«intimità culturale» formulata dall’antropologo Michael Herzfeld, ovvero lo spazio in cui una collettività negozia le proprie contraddizioni interne. Nel caso del Carmine, si è verificato un rovesciamento: l’antico stigma addirittura morale dei carmelitani si è rovesciato in un marchio identitario di autenticità, da esibire con orgoglio.

E allargando lo sguardo sulla provincia cosa avete trovato?
Una fessura profonda, sedimentata da secoli di asimmetrie economiche e culturali, che contrappone la città al suo contado, valli e Bassa. Il punto di vista del cittadino riduce l’abitante della campagna alla figura del «gròs», al «piò» (il termine bresciano che indica l’unità di misura dei campi e che in questo caso è utilizzato per l’individuo, quasi fosse una mera estensione della terra che lavora), al «paesà» o «paesanòt». A questa presunzione urbana, le valli rispondono colpo su colpo, indirizzando al «citadì» l’epiteto di «maia-sòrghe», con riferimento alla fame patita all’interno delle mura cittadine durante gli assedi storici. Questa separazione si riflette in tutta la provincia di Brescia. Altrove il confine si proietta verso l’esterno, qui il campanilismo si riproduce per gemmazione interna. Lo testimoniano i paesi nati da fusioni amministrative mai del tutto metabolizzate, dove resistono rivalità secolari; o anche la competizione produttiva tra le frazioni di Lumezzane. Insomma: l’identità locale è un campo di forze costantemente attraversato da asimmetrie simboliche, conflitti di vicinato e relazioni di potere. A tutto questo va aggiunto che, tornando al discorso generale, accanto al mito del bresciano lavoratore c’è il contro-mito del «laurintù»: il bresciano che sa solo lavorare ma sa poco pensare o farsi capire.
Lei però ha parlato anche di pratiche materiali condivise, senso vissuto, pregnanza simbolica... esiste dunque una forma autentica di brescianità?
Sì: i bresciani rispettano il lavoro davvero, senza retorica; sono tendenzialmente silenziosi (anche se più espansivi di noi piemontesi, ma ci vuole poco); sanno misurare l’altro non per quello che dice ma per quello che fa; e sono capaci di dedicarsi agli altri, come dimostra la loro storia di impegno sociale. In questo la brescianità può essere un modello per il Paese.
E l’intreccio di questi aspetti comuni con la pluralità di narrazioni, che come diceva di fatto decostruiscono l’idea di identità, che prospettive apre?
Questo è il passo successivo all’analisi, ed è qualcosa che è già sotto i nostri occhi: i veri valori della brescianità possono essere fatti propri anche dai non bresciani, come dimostrano imprenditori di origine straniera e immigrati che s’impegnano a livello sociale, magari in modo diverso, per esempio offrendo supporto alle loro comunità. Per quanto riguarda invece i bresciani, non devono considerare scontati questi valori; a loro, anzi, tocca portarli avanti con forza e coerenza.




