Alzheimer e Rsa: caos rette e liste d’attesa, famiglie in difficoltà

Un’emergenza silenziosa pesa ogni giorno sulle spalle di chi assiste un malato di Alzheimer. Le famiglie, anche nel Bresciano, stanno facendo i conti con due fronti critici: da un lato il caos rette nelle case di riposo, dall’altro le lunghe attese per un posto convenzionato. Due nodi che rendono ancora più difficile affrontare una malattia già di per sé devastante.
Giurisprudenza
Sul primo fronte, in diverse zone d’Italia numerose sentenze riconoscono che, se una persona accolta in Rsa necessita di un’assistenza prevalentemente sanitaria legata alla propria malattia (Alzheimer e altre patologie neurodegenerative) a pagare la retta deve essere il Servizio sanitario nazionale. Ma la mancanza di una normativa chiara lascia tutto in sospeso, generando confusione e contenziosi. Sul secondo fronte, i tempi d’attesa per l’ingresso in una struttura convenzionata costringono spesso le famiglie a trovare soluzioni alternative, con un impatto economico e psicologico non indifferente.
Conferma il clima di incertezza, che si respira anche nel Bresciano, Chiara Benini, coordinatrice dell’Upia (Unione provinciale istituti per anziani): «I nostri appelli affinché venga fatta chiarezza sulle rette sono rimasti inascoltati. Il vuoto normativo permane. Le famiglie bussano alle nostre porte in cerca di risposte e noi, enti erogatori, ci stiamo muovendo per capire come tutelare i bilanci senza dover interrompere il servizio».
Rischio default
Il timore, infatti, è che molte rette possano venire meno senza una copertura da parte del Fondo sanitario regionale. Uno scenario che metterebbe a rischio la tenuta economica delle Rsa, la continuità dell’assistenza e il pagamento degli stipendi, che assorbono tra il 60 e il 70% delle uscite complessive. «Per assurdo – commenta Stefania Mosconi, direttrice di Fondazione Casa di Dio – una situazione del genere potrebbe spingere le Rsa a dimettere gli ospiti con Alzheimer che smettono di versare la retta, decidere di non accettare più persone con questa diagnosi o addirittura chiudere per default. Da noi nessuno ha smesso di pagare la retta».
Altrove, però, è successo: «Le associazioni di categoria e i legali che seguono le famiglie in questi percorsi – puntualizza – agiscano nei confronti di Stato e Regione, non verso gli erogatori. Mettere in contrapposizione utenti e Rsa fa male a tutti». Si teme per la tenuta delle Fondazioni, ma non solo: gli erogatori si interrogano anche sulla sostenibilità del sistema qualora fosse lo Stato ad accollarsi integralmente i costi delle degenze. Una simile misura, a livello nazionale, comporterebbe un aumento della spesa pubblica stimato in 10 miliardi di euro (su 120) per rispondere alle esigenze dell’1% degli assistiti.
Impennata di richieste
Il secondo fronte concerne l’attesa per un posto in Rsa, un problema che non riguarda solo i malati di Alzheimer. Nella nostra provincia, le domande in lista – si parla di richieste, non di persone, poiché per uno stesso soggetto possono essere inoltrate più segnalazioni – sono oltre 30mila (26.187 nel territorio di Ats Brescia e, per la Valcamonica, circa la metà delle 9.794 di Ats Montagna).
Un numero – emerso dal report con dati 2024 di Fnp Cil Pensionati Lombardia – che fotografa la pressione sul sistema e la difficoltà, per molte famiglie, di accedere a un’assistenza strutturata e continuativa, le cui rette medie sono le più basse della Lombardia: 65,67 euro al giorno nel territorio di Ats Brescia e 61,93 in quello di Ats Montagna, contro una media regionale di 74,54 euro, che schizza a 93,19 euro per i posti letto solventi.

Come spiega Benini, «nella nostra provincia non esiste una lista centralizzata. In alcuni casi si fa riferimento alla lista della singola struttura, in altri a quella del Distretto. Così succede a Brescia e in Valtrompia, dove a determinare la posizione di ciascuna domanda sono tre elementi: la situazione sanitaria della persona, quella sociale (è diverso se il soggetto ha cinque figli o uno, ndr) e il tempo di attesa in lista».
A complicare ulteriormente il quadro contribuisce l’andamento demografico: la popolazione sta invecchiando e ci sono sempre meno caregiver familiari disponibili. «Le richieste d’accesso nelle Rsa sono aumentate post-Covid – conclude Mosconi – e negli ultimi mesi c’è stata un’impennata. In città ci sono duemila persone in attesa».
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