Entrare nell’atelier di Anna Renzi Brivio è un’esperienza: c’è la meraviglia per il luogo che lo ospita, la chiesa sconsacrata di Santa Francesca Romana in via Odorici 13b, contemporaneamente lo sguardo è attirato sui due tavoloni, a destra e sinistra della navata, dove sono poggiati pizzi e sete, manichini vestiti con abiti finiti e altri in lavorazione. E poi c’è lo stridere della parte superiore dell’ex luogo di culto, con gli affreschi anneriti dai quali emergono chiaramente solo la Vergine e Santa Francesca Romana, con la leggerezza, la delicatezza (o la sontuosità) di modelli e tessuti. Un’emozione anche per chi non è appassionato di alta moda. Questo luogo sarà aperto il prossimo fine settimana grazie a ApritiModa (prenotazione su apritimoda.it/it/discover) che una volta all’anno porta il pubblico alla scoperta dei luoghi più nascosti e segreti del mondo della moda.

La storia
Incontriamo Anna Renzi Brivio tra i preparativi per l’evento e il lavoro quotidiano; quando apre il portone si spalanca il suo piccolo mondo. Trentadue anni, solare, senza smanie da social, con una passione percepibile a pelle, ha avuto un percorso non comune coltivando la passione per ago e filo mentre frequentava il classico e, poi, la facoltà di Lettere.
«Cucivo anche da piccola - racconta -, avrei voluto lavorare nel teatro, ma è molto difficile in Italia. Ho sempre fatto corsi di cucito: a 16 anni sono andata a Londra, alla Saint Martins, perché i miei genitori mi dissero che se proprio volevo cucire, così, avrei imparato l’inglese. Poi c’è stato il corso di teatro al Politecnico e le tante ore con signore esperte. Studiavo poco però cucivo tanto».

Il grande salto arriva a 22 anni: «Stavo frequentando Lettere e per lo stage formativo mandai il curriculum anche a Dolce&Gabbana. Mi chiamarono a Vaprio d’Adda, un periodo bellissimo: mi misero a mettere elastici e tagliare le paillettes, ma ero felicissima». E aggiunge: «Sono stata fortunata, sono stata presa senza avere alle spalle nessuna scuola rinomata, poi hanno visto che ero brava a cucire a mano e mi hanno mandata ad aiutare l’alta moda a Como». Da lì è seguita la gavetta, tanto lavoro («ho passato molte ore in laboratorio perché volevo farlo») e l’obiettivo, poi raggiunto, di seguire l’alta moda e le clienti. Poi ci sono state le prove in giro per il mondo e abiti con anche un anno di lavorazione: «Vorrei spiegare come funziona l’alta moda e nel mio piccolo vorrei portarla qui. Per questo non ho abiti pronti».
Il ritorno
Il ritorno a Brescia per avvicinarsi alla famiglia e lavorare meglio: «Per fare questo lavoro servono spazi che a Milano sono difficili da trovare e costano tantissimo - racconta -, quindi quattro anni fa sono tornata e ho fatto il salto con l’aiuto della mia famiglia: per due ho avuto un laboratorio a Castenedolo, ma avevo bisogno di spazio e ho trovato questa chiesa. Il problema non è fare la sarta, ma imparare a fare l’imprenditrice; si impara piano piano».
In sartoria si percepisce il background formativo di Renzi Brivio: tanti pizzi, antichi, francesi e fatti con la tecnica del tombolo, sete e modelli d’archivio dal fascino intramontabile. Il pezzo forte di questi giorni è un abito in lavorazione fatto con una tovaglia in pizzo di Burano: «Bisogna dar valore al tempo – dice –; per me questi sono opere d’arte.




