Se ne stava guardingo, piazzato fisicamente come un leone, tra i volti di un bel palazzo rinascimentale in via fratelli Bandiera, sempre in movimento tra un soffitto tardo gotico e l'altro della grande residenza. Toccava un trumeau veneto, lisciava una credenza bresciana, salutava un dipinto di Filippini e di Bertolotti e subito rispondeva all’appassionato e all'amico che lo raggiungeva al centro del palazzo.
Antonio Tonino Albrici, 95 anni, è morto ieri notte, dopo una breve decadenza fisica. Conosciuto da tutti, insieme popolare e borghese, sapeva che sotto i piedi della sua casa passava il fiume Bova e il Garza stava lì a pochi metri, cioè conosceva la provenienza storico-popolare della sua famiglia e dunque amava tanti e da tanti era rispettato, ma guai ad andare oltre, il suo carattere solido e dialettico non lo avrebbe accettato, tipico vestito di un bresciano di origine nobile-carmelitana. Aveva scoperto sotto uno dei suoi muri di bottega tre versi latini: «famam trascendere Factis fatale hoc Agidarie Gentis opus», che tradotto sarebbe: superare la fama già acquisita con nuove imprese. Ecco il compito affidato dal fato alle genti Agidarie.
Competente, si coccolava i suoi tanti Bocchi, rispettava i tempi dell'astrazione ma rimaneva fedele al realismo lombardo e nazionale, cercando «pezzi» sapidi e non cincischiate di quarta segata.
La passione
Studiava e amava il bello e ogni tanto proponeva ai non pochissimi redattori dei giornali un dipinto di razza a buon mercato, trattando con le maestrie del miglior arabo del mercato di Istanbul: voce tonante alla presentazione e poi in calando man mano si intravedeva la riva del finale di trattativa.
Gli piaceva parlare della vita e il cibo lo affascinava come una natura morta di Saleri. Aveva ordinato in una pizzeria accanto alla Om, un riso alla marinara con pochi totani e questa estate, da solo, aveva camminato nei boschi di Monte Campione alla ricerca di funghi.
Fino all'anno scorso, nei campi da tennis sopra Canton Mombello, aveva difeso la sua forma con qualche gara con giovanotti di settanta anni. Amava la sua città e la sua gente e ne era riamato, diventandone un personaggio.
Si portò con Beatrice, l’antiquaria della continuità, con una bottega a Firenze con l'orgoglio di esportare pezzi di una qualità nazionale. Di carattere solido, figlio di quel liberalismo bresciano che non ama estremismi e disprezza la violenza, si intristiva alle notizie di guerra e spegneva ormai i telegiornali.
Presto, caro Tonino, si accenderanno notizie francescane autentiche e non di moda sopra le nuvole dove potremmo starci tutti, con i nostri più e i nostri meno. E so bene che hai conservato una stupenda seicentesca Madonna col Bambino da contrabbandare con Pietro. E sarà subito dopo il tuo funerale giovedì alle 15 in San Giovanni.



