Un’artista alla Tavola del Signore

L’Ultima Cena di Franca Ghitti esplora con sobrietà il racconto di una fine che è anche una rinascita
L'Ultima Cena di Franca Ghitti al museo Diocesano
L'Ultima Cena di Franca Ghitti al museo Diocesano
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L’Ultima Cena. Soggetto tanto celebre quando difficile. Come si fa a rendere l’inizio della fine? Di una fine terribile e cruenta, con torture, agonia, morte. Di una fine che ha anche un lato imprevisto, la rinascita, anzi la Resurrezione.

La sobrietà di una tavola di persone semplici apparecchiata senza lusso, la coscienza di almeno due dei partecipanti, il tradito e il traditore, che non ci saranno altre occasioni per stare alla stessa tavola. E l'incombere delle armi di chi di lì a poco arresterà quel Povero Cristo. Questa sacra rappresentazione è il soggetto dell’opera finale di Franca Ghitti, camuna di Erbanno, salita in cielo, forse non per caso, nel giorno di Pasqua del 2012.

È la sua opera della vita (o almeno è l’impressione che trasmette quando appare in fondo al refettorio del monastero che ospita il Museo Diocesano di Brescia). In tutti i sensi, sia per la sua profonda e sorprendente unicità sia perché l’artista iniziò a lavorarci nel 1963, quando realizzò la parte dipinta, e la concluse nel 2010 con l’ultimazione dell’installazione che la completa.

A volte servono decenni per capire come terminare qualcosa, per infondere il proprio talento nella materia e arricchirla di spiritualità. E spiritualità emana da questa creazione lineare e insieme tridimensionale, metallica e insieme pittorica, tenera e insieme tragica. Insieme è la parola chiave, poiché davanti a lei tu non sei spettatore, ma il quattordicesimo invitato.

«Linguaggio del conflitto»

Concepita per essere vista a 360 gradi, girandoci intorno assume la forma di una capanna. Cambia di continuo. La visione frontale mostra un Cenacolo, mentre man mano che ci si sposta appare la dimensione bellica, si iniziano a scorgere le punte delle lance. Dietro i cucchiai e le coppe ci sono i pugnali. L’artista, che conosceva il linguaggio del conflitto, lo utilizza nella scena del banchetto finale di Gesù per dare l'idea dell'ingiustizia, del Male che cerca di far soccombere il Bene.

La Val Camonica con le sue incisioni rupestri si materializza nella stilizzazione dei personaggi, pitoti che trascendono il concetto di pitoto, volti dai tratti camuni che diventano espressione di diritti universali come quello di respirare, non subire violenza, trovare pace. Archetipi che parlano di lavoro, rigore, austerità, fatica. L'utilizzo del ferro racconta anch'esso di radici camune.

Spiegare il mondo

Franca utilizza materiale della sua terra per spiegare il mondo, per condannare la guerra. E stacca questa imponente riflessione dalle mortali miserie, la rende allegoria dell'inizio della Passione e dell'esistenza in generale appoggiando tutto su carta nera. Nera come il nulla che attende chi non ha rispetto per la vita. Tante parole per spiegare un capolavoro che non ha bisogno di parole, che si espande nella stanza in cui si trova e nell'anima di chi lo guarda come il suono di una preghiera interiore.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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