Strada facendo

Franca Ghitti, la scultrice delle radici

La grande artista contemporanea camuna e bresciana e la sua arte per interrogare non per stupire
Franca Ghitti - © www.giornaledibrescia.it
Franca Ghitti - © www.giornaledibrescia.it
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Transito da Erbanno, un riflesso spontaneo mi porta a pensare a Franca Ghitti e alla sua arte, imperniata di legno vissuto, ferro forgiato, resti di segheria o di fonderia. Sorrido, un frammento di secondo dopo il ricordo dell’artista camuna e cittadina del mondo, pensando che in realtà ogni giorno ho davanti agli occhi un paio di mirabili esempi della sua cifra culturale e realizzativa.

Sono due opere appese al muro davanti alla mia scrivania. Un’arte, quella della compianta Franca, che sa parlare un linguaggio antico e insieme nuovo. Segno, probabile, della sua capacità di ascoltare prima ancora di creare. Franca Ghitti non è stata solo una scultrice. È stata una raccoglitrice di memorie. I suoi «legni parlanti» e i suoi totem sono mappe dell’anima camuna, frammenti di un mondo rurale e montano che rischiava di svanire nel silenzio.

Ha vissuto la materia come una voce viva, scavando nella memoria collettiva per restituirla in forma artistica. Ma come ben hanno saputo descrivere i critici d’arte, non si tratta mai di nostalgia: c’è forza, rigore, tensione etica in ogni sua opera. Le sue sculture non ammiccano. Resistono. Come i tronchi e i ferri dei fabbri da cui spesso prendeva ispirazione, le sue forme nascono dalla fatica, dal lavoro, dal contatto diretto con le mani, con la terra.

Ghitti ha dialogato con la storia, con l’antropologia, con la lingua dei segni: le sue opere sembrano alfabeti perduti, rune di una civiltà a metà tra l’ancestrale e il contemporaneo. A Brescia, e in molte località anche estere, ha lasciato testimonianze indelebili. Opere uniche che arredano cimiteri, slarghi, passeggiate a lago, i rilievi lignei nelle chiese camune, le installazioni pubbliche e i grandi portali, tutto racconta un pensiero che non cercava consenso, ma verità.

Così anche nelle grandi capitali, da New York a Dakar, il suo segno è arrivato come eco di una cultura alpina, aspra e profonda, universale nella sua concretezza.

Chi vuole oggi incontrare Franca Ghitti può farlo al Museo di Arte e Cultura a lei dedicato a Darfo Boario Terme, uno spazio vivo dove le sue opere dialogano con il paesaggio e con l’eredità culturale della Valle. Non è un semplice museo, ma un laboratorio di senso, un luogo dove la memoria non si conserva ma si tramanda. E camminando tra le sue opere, si capisce che il suo è stato un viaggio controcorrente. Mentre il mondo si riempiva di immagini effimere e luci artificiali, lei cercava la luce nel nodo del legno, nel gesto antico del ferro battuto. Un’arte non per stupire, ma per interrogare. La grande artista contemporanea bresciana ci ha insegnato che il futuro ha bisogno di radici. E che il silenzio, quando è pieno di memoria, può diventare grido.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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