Tutto è partito da un messaggio WhatsApp a Olga, volontaria del centro di aiuti di Folzano. «Sono Stefano, vorrei offrirmi per andare al confine a prendere dei profughi». Immediata la risposta: «Ci sono una ragazza e un ragazzo che devono tornare a casa, dalla loro mamma». Detto, fatto: Gioffredi, che è pure lui genitore e abita a Pioltello (nel Milanese), ha messo in moto il suo suv e, seguendo le indicazioni di Olga, ha raggiunto una città al confine Ucraina-Polonia a cinquanta chilometri dalla più nota Leopoli.
Appello dopo appello
Lì, dopo venti di ore di viaggio, ha incontrato i due giovani e li ha caricati in macchina. Contento, ma solo a metà, si è messo a cercare altri profughi diretti a Brescia o dintorni. «La ragazza, che non parlava né inglese né italiano, mi ha fatto vedere sul suo telefonino il messaggio di una mamma con bimbo oncologico che stava cercando un passaggio verso l’ospedale San Gerardo di Monza. In fretta li abbiamo raggiunti a Przemyls, il paese della Polonia in cui, quel giorno, c’era anche in visita Matteo Salvini. Lì siamo entrati in un grande centro umanitario pieno di persone che chiedevano aiuto: bussavano al finestrino della nostra auto».




