Ventun anni dopo l’omicidio scarica la colpa sul complice

«Io c’ero, ma non ho fatto nulla. È tutta colpa di Adi». Si difende così Lulzim Rubjeka il 41enne pescatore albanese accusato dell’omicidio di Bajram Muca, delitto commesso a Chiari nell’estate del 1999, per centomila lire del vecchio conio. Forse nel dubbio - legittimo - che non basti astenersi per conquistare l’impunità, l’uomo arrestato dall’Interpol a Durazzo tre anni fa, estradato in Italia e ora libero in attesa di giudizio, ha fatto un passo in più.
Ha dato un volto, ma anche un nome e cognome al complice che la procura di Brescia sta cercando da 21 anni e che condivide con Rubjeka l’accusa di quei calci e di quei pugni che stroncarono Muca. Il 41enne albanese, richiesto dal pm Caty Bressanelli di riconoscere l’uomo rappresentato in una foto, ha fatto il nome di un connazionale attualmente in carcere a Como, con l’accusa di omicidio. Di un altro omicidio.
«L’avevo trovato in giro per Chiari - ha spiegato l’imputato grazie alla mediazione della traduttrice - anche lui era senza documenti, senza casa e senza lavoro. Gli avevo detto di venire a dormire nel tunnel, dove dormivo con altri albanesi irregolari come me. Durante la prima notte gli sparirono soldi e l’orologio. Mi sentivo responsabile per il furto che aveva subito. Così cercammo il sistema di rientrare. Fu lui a picchiare Muca, io c’ero, ma non ho fatto nulla».
Ventuno anni dopo il delitto, in aula in qualità di testimone, accompagnato coattivamente dai carabinieri di Cologno Monzese, è stato sentito Fitim Peqini, 53enne albanese che rischiò la vita la stessa sera in cui si consumò l’omicidio di Muca e, peraltro, in circostanze del tutto analoghe. Il presidente della Corte d’assise Roberto Spanò gli ha chiesto di riconoscere l’imputato.
Dopo uno sguardo veloce Peqini ha detto di non essere in grado di rispondere: «Sono passati 21 anni, non saprei. So solo che ne ho prese tante e che i calci in testa mi hanno quasi ucciso. Ho avuto postumi per anni» ha detto provocando la rumorose reazione di Rubjeka, richiamato dal presidente e riportato al silenzio dal suo avvocato. Quello tra il teste e l’imputato non è stato l’unico confronto tra i due. «In attesa del processo l’imputato si è avvicinato al teste e con fare minaccioso gli ha chiesto se fosse albanese. Gliel’ha chiesto più volte e poi si è fermato a fissarlo. Lo intimoriva - ha riferito il maresciallo dei carabinieri alla guida del servizio di accompagnamento di Peqini -: il testimone mi sembrava scosso».
Sempre nel corso dell’udienza di ieri ha preso la parola - senza che nessuno gliela desse - anche un cugino della vittima. «L’unico che ha detto la verità fino ad ora - ha affermato l’uomo - è stato Rubjeka. Io non c’ero, ma so che le cose sono andate come racconta da allora». Raccolta anche questa terstimonianza il processo è stato aggiornato all’11 gennaio. Per la sentenza.
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