Tutti assolti: il processo spegne la Terra dei fuochi

Il castello di accuse è crollato. Per quella che fu inquadrata dalla Procura nel 2016 come l’inchiesta in grado di dimostrare che Brescia era «la nuova terra dei fuochi». Parole che il 13 settembre 2017 l’allora procuratore aggiunto Sandro Raimondi pronunciò, proprio in riferimento all’indagine Montini, davanti alla Commissione bicamerale di inchiesta sul ciclo dei rifiuti.
«Abbiamo notato - spiegò - che l’aspetto qualificante di molte imprese operanti nel settore dei rifiuti è quello per cui, ormai, si può fare a meno per certi aspetti di rivolgersi obbligatoriamente a criminalità organizzate di stampo ’ndranghetistico e camorristico». Dopo cinque anni, quelle persone finite sotto inchiesta per associazione a delinquere finalizzata al traffico illecito di rifiuti e inquinamento ambientale e che in conferenza stampa vennero definite dagli inquirenti «soggetti più pericolosi dei narcotrafficanti», ieri sono state assolte. «Perché il fatto non sussiste».
Assoluzioni. Si è chiuso così il processo di primo grado per Roberto, Jessica e Nicholas Montini - il primo finì in carcere e il figlio ai domiciliari - e per Diego e Cristian Viani, Rudi Tonni e Angelo Carugati (anche gli ultimi due vennero messi ai domiciliari). Erano accusati di far parte di un’organizzazione che acquistava, vendeva e sotterrava scorie d’acciaieria cariche di Pcb e idrocarburi. Dal 2016, quando scattarono gli arresti, ad oggi è emersa però una verità diversa. Tanto che a chiedere l’assoluzione in aula è stato il pubblico ministero Teodoro Catananti subentrato al collega Mauro Leo Tenaglia, trasferitosi a Verona e che a sua volta era subentrato a Sandro Raimondi.
«L’istruttoria non ha consentito di far emergere elementi di prova, perché sono mancati accertamenti sui materiali che entravano nelle acciaierie e perché l’incompletezza nella fase delle indagini non ha permesso di arrivare a certezze. Ci sono troppi buchi logici» ha spiegato il pm Catananti. «Gente è finita in carcere, società sono state sequestrate per un’inchiesta costruita con il copia e incolla da altre indagini» ha detto nel corso della discussione l’avvocato Andrea Puccio, legale della famiglia Montini. «Non ci sono mai state le prove in merito alle contestazioni mosse dalla Procura e in aula abbiamo ascoltato testimoni che hanno raccontato l’esatto opposto di quanto era stato contestato. Tutti hanno negato la presenza di rifiuti pericolosi» ha aggiunto il legale che poi ha condiviso con i difensori degli altri imputati la soddisfazione per l’esito del processo.
«Siamo estremamente soddisfatti del risultato ottenuto. La sentenza di assoluzione per tutte le persone fisiche e per le società è il giusto epilogo di questa lunga e tormentata vicenda processuale».
Lacrime e rabbia. Dopo la sentenza di assoluzione su tutti gli undici capi di imputazione pronunciata dal collegio presieduto dal giudice Maria Chiara Minazzato, i componenti della famiglia Montini sono crollati in un pianto liberatorio. «Ho fatto più di un mese in carcere, nove ai domiciliari. Questa inchiesta mi ha rovinato la vita» è il primo commento di Roberto Montini, 59 anni da compiere tra pochi giorni. «Dopo l’arresto e il sequestro dell’azienda ho smesso di fare l’imprenditore nel settore dei metalli. Ancora oggi - aggiunge - mi chiedo cosa siano venuti a cercare in azienda e perché sono stato arrestato».
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