Brescia e Hinterland

«Sopravvissuto allo schianto in moto, ora celebro due compleanni»

Andrea Zandonini, 37enne bresciano, racconta di come una frazione di secondo gli abbia cambiato per sempre la vita
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La testimonianza di Andrea Zandonini: «Sono vivo per miracolo»

Uno scherzo del destino. Spietato, come spesso accade. Ma da cui Andrea Zandonini, 37enne bresciano, ha cercato di tirare fuori il meglio e tenerselo stretto. «Io, io posso dire di essere stato fortunato. E non lo dimentico». Ospite con la sua testimonianza della puntata di Messi a Fuoco di venerdì 14 maggio, dedicata alle strage silenziosa delle vittime della strada, Andrea ha raccontato ai microfoni di Teletutto il giorno che gli ha cambiato per sempre la vita. Un ricordo commosso, a pugni stretti, con il pensiero rivolto alle persone, ancora troppe, che continuano a morire sulle strade. 

Sopravvissuto sei anni fa a uno spaventoso incidente stradale, ogni anno il 27 giugno festeggia quello che lui chiama «il mio secondo compleanno». Lo fa per sé, per i cinque mesi che ha trascorso immobile in un letto, per quella frazione di secondo in cui ha solo pensato a come salvarsi la vita. Un’impresa che gli è riuscita e che gli fa dire, nonostante il devastante politrauma di cui porta ancora le cicatrici e che l’ha costretto a una lunghissima riabilitazione, che la sorte con lui è stata generosa. «Due auto hanno inchiodato davanti alla mia moto, in mezzo a una provinciale. Ho cercato di evitarle ma non ci sono riuscito. Eppure sono ancora qui a raccontarlo».

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Messi a fuoco su Teletutto: Incidenti stradali, una strage silenziosa

Non è accaduto lo stesso a suo cugino, morto dopo tre mesi in uno schianto mentre, come Andrea, viaggiava a bordo della sua moto. «Aveva 44 anni. Lui era stato il primo a venirmi a trovare in ospedale, mi aveva detto "Dai tieni duro, ce la farai: presto andremo a fare le Coste di sant'Eusebio insieme"».

Ed è anche per suo cugino e per tutti coloro che hanno perso la vita che Andrea oggi è orgoglioso di festeggiare due compleanni. Quello anagrafico, il 12 novembre, e quello «fatale», in cui ogni anno celebra quella giornata di sole, quel pomeriggio con gli amici che sembrava perfetto e quella paura di cui ora ha ancora più rispetto. «Non sono più salito in sella a una moto fino all’anno scorso. Per timore e per rispetto alla mia famiglia, che mi è stata sempre vicina. Ora mi sento pronto, con una nuova consapevolezza e con la gratitudine di chi sa di essere un sopravvissuto».

 

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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