Sandrini: «Nessuna finzione, il rapimento è stato drammatico»

Il bresciano, sequestrato in Siria, nega le accuse di simulazione di reato e truffa: «Non c’è stato alcun accordo e non ho mai preso soldi»
Alessandro Sandrini - Foto Gabriele Strada /Neg © www.giornaledibrescia.it
Alessandro Sandrini - Foto Gabriele Strada /Neg © www.giornaledibrescia.it
AA

La sua giornata ieri è iniziata molto presto con gli agenti di Polizia che gli hanno sequestrato il telefono e notificato gli atti di indagine da Roma. Ed è finita poco dopo le 22 al termine del suo turno di lavoro in fabbrica. «Ho trovato un imprenditore che non mi ha puntato l'indice, ma da lui ho trovato una mano tesa e mi sta aiutando tanto» racconta Alessandro Sandrini.

L'ultima volta lo avevamo visto alla stazione ferroviaria, scortato dagli agenti, riabbracciare la madre Evelina dopo tre anni. «Tornavo da un territorio di guerra ed ero molto provato» spiega il 36enne di Folzano. «Ora sto bene, mi sto riprendendo fisicamente ed emotivamente dopo quello che è successo. Ci sono state delle evoluzioni e vedremo come andranno le cose». Quelle che chiama evoluzioni, sono gli arresti disposti dalla Procura di Roma che ha iscritto anche lui nel registro degli indagati per tentata truffa e simulazione di reato. «Non è come è stato raccontato. Non ho preso nemmeno un euro. Non ho ricevuto denaro ne per andare là e neppure dopo» precisa il bresciano. «Tutto quel periodo è stato un rapimento vero. Dall'inizio alla fine. Non c'è nulla di concordato».

Dell’inchiesta dice di sapere poco. «Ho visto solo i nomi degli arrestati e non ho visto foto. Per come sono scritti quei nomi non li ricordo. Dicono che loro mi hanno accompagnato in aeroporto a Bergamo quando sono partito? Non ho visto le carte. Vedremo tutto nelle sede opportune» si limita a dire Sandrini che parla piano e pesa ogni parola. «Per me è stata un'esperienza di vita dalla quale ho appreso molto ed è servita a formarmi come uomo, quello che non ero prima. E diciamo che da quella pessima esperienza ho ritrovato un'integrità, un'etica e una morale».

Poi parla anche della conversione all’Islam emersa dagli atti di indagine. «Scelta che hanno intrapreso anche altre persone che hanno vissuto il mio stesso percorso. Durante la prigionia mi è stato dato il Corano e ho fatto la mia scelta personale». Poi, prima di prendere la strada verso casa, riparla del suo viaggio in Turchia.

«È chiaro che se potessi tornare indietro non partirei più. Ho vissuto tre anni in prigionia, con i topi, gli scarafaggi, in condizioni igienico sanitarie pessime. Ho avuto infezioni alle vie urinarie perché l'acqua era putrida. Ho avuto problemi fisici al mio ritorno e l'Italia mi ha curato. Amo, rispetto e ringrazio il mio Paese».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

Iscriviti al canale WhatsApp del GdB e resta aggiornato