Nei giorni peggiori le finestre non si possono tenere aperte neppure per cinque minuti: «Brucia la gola, bruciano gli occhi, quel tanfo di marcio misto a ferro bruciato e ammoniaca si appiccica persino sulla pelle del viso. Per non parlare del mal di testa». L’idea di stare qualche ora nel giardino di casa, magari facendo giocare i bambini, è poi praticamente un’utopia: «Neppure nel periodo del lockdown, durante il giorno, siamo riusciti a sfruttare il nostro esterno: si rischiava di stare male tutti». Le voci e il racconto - esasperato da una «battaglia» che prosegue da oltre dieci anni - sono quelli di venticinque famiglie, riunite in una sorta di comitato nato per la causa: tutte abitano nelle case che fanno da «cintura» alle Fonderie Mora che, nella sede di via Quarena, a Gavardo, producono getti in ghisa. E il loro tormento - dopo anni di segnalazioni, di interventi delle istituzioni, di sopralluoghi dell’Arpa con relazioni, diffide e verbali incorporati - è condensato in una frase: «Non ce la facciamo più».
La vicenda
Del caso si era occupata anche Legambiente, ma i problemi evidenziati dai cittadini sono scritti nero su bianco da un teorema di segnalazioni. «Emissioni odorose fortissime provenienti dall’azienda» si legge, «c’è una forte puzza di ferro bruciato asfissiante e di pseudo-ammoniaca, si alza una polvere nera corrosiva». Lamentele cadute nel vuoto? Non proprio. Ad intevenire, negli anni, è stata in primis la Provincia che più di una volta ha diffidato l’azienda di via Quarena e, insieme all’Arpa, ha inviato tutta la documentazione alla Procura. Le indagini per impatto odorigeno si sono chiuse quest’estate con la conferma dell’ipotesi di reato descritto dall’art. 674 del Codice penale, ovvero «getto pericoloso di cose», e con il relativo avviso di garanzia.




