«Personale cercasi»: appello delle Rsa dopo il grande esodo negli ospedali

La giungla dei contratti causa differenze anche del 30% nello stipendio di chi fa lo stesso lavoro
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RSA, ALLARME CONTI E PERSONALE
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Mariangela lavora da venti anni come operatrice sanitaria in una residenza per anziani. Ha un contratto Uneba, Unione Nazionale Istituzioni e Iniziative di Assistenza Sociale, e guadagna 1.200 euro al mese per 38 ore la settimana. Roberta, sua amica e collega, fa il suo stesso lavoro di assistenza agli anziani. Però ha il contratto degli Enti locali, ogni settimana lavora 36 ore e alla fine del mese in busta paga si trova 1.500 euro. È solo un esempio di quanto nelle Rsa i contratti siano estremamente frammentati e poco competitivi. Tant’è che se Mariangela o Roberta dovessero «emigrare» in un ospedale guadagnerebbero di più. Così Paolo, infermiere. In Rsa guadagna 1.450 euro con contratto Uneba, in ospedale potrebbe sfiorare anche i duemila.

La giungla dei contratti

E si potrebbe continuare, analizzando luci e ombre di ogni figura professionale, perché non si può capire la crisi delle Rsa se non si approfondisce anche questo aspetto. Il «caro bollette», che mette a rischio la tenuta del sistema per gli anziani e per le famiglie, impossibilitate a far fronte a rette troppo onerose, è solo la pesante coda finale di criticità che impongono un cambio di passo. «L’esodo verso strutture pubbliche che garantiscono, a parità di impegno lavorativo maggiore remunerazione, è di fatto una scelta non contestabile a tutte quelle persone che non possono fronteggiare l’aumento del costo della vita esclusivamente con la motivazione personale della solidarietà» si legge nel documento di Arlea, associazione di livello regionale che rappresenta e tutela gli erogatori socio sanitari. Ad essa aderisce anche Upia, l’Unione provinciale istituti per anziani della nostra provincia.

In cerca di posti

«Parimenti - continua - si assiste una forte mobilità orizzontale, sempre motivata da questioni economiche, alla ricerca del posto di lavoro che garantisca maggiore stabilità e maggior riconoscimento economico. L’impossibilità ad avere un contratto di settore, auspicabile anche per il governo della spesa sociosanitaria, accelera una competitività tra enti basata esclusivamente sul costo del personale che rappresenta per gli enti erogatori di servizio oltre il 65% della spesa».

I sindacati

Della frammentarietà di questo delicato settore del mondo del lavoro hanno parlato ieri anche nella sede della Camera del Lavoro Vincenzo Moriello e Giorgio Cotti Cometti, rispettivamente segretario generale Funzione pubblica di Brescia e di Vallecamonica, insieme a Paola Cottali della segreteria Funzione pubblica della Cgil. «I fronti aperti sono molti: quello delle rette, strettamente collegato agli aumenti delle bollette; quello dei contratti: ce ne sono almeno cinque diversi con riferimenti Uneba, Enti locali e cooperative sociali e quello della qualità del servizio, condizionato dal minutaggio settimanale, ovvero da quanti minuti la Regione ha indicato sufficienti per prendersi cura di un anziano ospite di una Rsa» hanno spiegato i sindacalisti.

Secondo le indicazioni regionali, per accudire un anziano ospite in una Rsa i minuti ufficialmente riconosciuti sono 901 settimana. «Ovvio che non bastano: per gli operatori è frustrante non essere in grado di offrire quello di cui l’anziano ha bisogno perché non hanno tempo - spiega Cotti Cometti -. La tutela dei lavoratori deve andare in parallelo con quella dell’ospite e della famiglia». Da qui l’appello dei sindacati per un intervento pubblico che deve essere immediato: «Da Roma che vengano inserite nel decreto aiuti ter anche le Rsa come beneficiarie. Dalla Regione che una parte degli extraprofitti venga messa a disposizione delle fragilità».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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